Spesso lo incontriamo sui social, nei titoli dei giornali o nelle campagne pubblicitarie di gennaio. Il Blue Monday viene presentato come “il giorno più triste dell’anno”, una specie di appuntamento fisso nel calendario collettivo che promette di spiegare, in una formula sola, stanchezza, calo di motivazione e malinconia invernale. Eppure il Blue Monday non è una scoperta della psicologia né della psichiatria. Non esiste uno studio clinico che dimostri che un preciso lunedì di gennaio sia davvero più triste degli altri, né una formula capace di misurare scientificamente il nostro umore. Il Blue Monday nasce altrove: non nei laboratori, ma negli uffici di comunicazione.
La vicenda del Blue Monday comincia nel 2005, quando una compagnia di viaggi britannica, la Sky Travel, decide di lanciare una campagna invernale. L’idea è semplice e ingegnosa: trasformare la sensazione diffusa di “down” di inizio anno in un evento quasi ufficiale, un giorno preciso in cui concentrare messaggi, offerte e inviti a “staccare la spina”. Per rendere la proposta più convincente, si parla di una formula che combinerebbe diversi fattori: il meteo sfavorevole, il tempo trascorso dalle vacanze di Natale, i debiti accumulati, il calo di motivazione al rientro, la fatica nel mantenere i buoni propositi. A questa formula si associa il nome di uno psicologo - Cliff Arnall - e si stabilisce una data: il terzo lunedì di gennaio. La narrazione è ben congegnata: c’è una data, c’è un’equazione, c’è un esperto. Sembra il linguaggio della scienza, ma manca l’elemento essenziale della scienza stessa: il metodo. Non ci sono dati pubblicati, non esistono protocolli, non troviamo studi peer-reviewed che confermino l’idea di un “giorno più triste dell’anno”. La formula è più un espediente retorico che uno strumento di ricerca, fatta per dare una patina di scientificità ad una trovata pubblicitaria, come se il Babbo Natale della Coca Cola fosse spacciato per una scoperta antropologica. Il Blue Monday, insomma, è una costruzione comunicativa.
Del resto, il fatto che il Blue Monday sia una notizia falsa è ormai talmente noto che un debunking completo è facilmente reperibile anche su Wikipedia, alla voce Blue Monday, dove viene ricostruita l’origine commerciale dell’idea e l’assenza di qualsiasi fondamento scientifico. Il Blue Monday, insomma, è una costruzione comunicativa. Ma proprio per questo diventa un caso interessante, perché mostra quanto sia facile scambiare una narrazione ben raccontata per un fatto scientifico.
Guardare al Blue Monday con lo sguardo dell’epistemologia – la disciplina che studia come si forma, si giustifica e si trasmette la conoscenza – significa spostare l’attenzione dalla domanda “esiste davvero il giorno più triste dell’anno?” a una domanda più interessante: come costruiscono le persone le proprie credenze su fenomeni complessi come umore, salute mentale, benessere?
Ciò che riteniamo “vero” non dipende solo dalle prove disponibili, ma anche da come queste vengono presentate, dalle storie in cui sono incastonate e dal modo stesso in cui pensiamo e valutiamo l’affidabilità di un’informazione. Nel caso del Blue Monday non abbiamo dati che mostrino che un certo lunedì sia oggettivamente più triste; abbiamo un racconto che organizza la fatica di gennaio in una forma riconoscibile. Negli studi di psicologia della comunicazione si parla di narrative transportation per indicare il processo per cui, di fronte a una storia, ci lasciamo coinvolgere al punto da sospendere almeno in parte lo spirito critico (van Laer et al., 2014). Il Blue Monday opera precisamente così: propone un protagonista familiare – chi rientra al lavoro o allo studio, stanco dopo le feste – e un antagonista altrettanto chiaro, il lunedì di gennaio, con freddo, spese e buoni propositi già in crisi.
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La sua fortuna non dipende però solo dalla buona confezione narrativa. Conta anche il modo in cui ragioniamo: tendiamo a cercare pattern e nessi causali e, di fronte a un inverno faticoso, è comodo attribuire il malessere a un’unica etichetta. Questo atteggiamento può essere letto alla luce del need for cognitive closure: la motivazione a ridurre l’incertezza e a raggiungere rapidamente una spiegazione stabile porta a privilegiare interpretazioni semplici, chiare e definitive, anche quando i fenomeni sono complessi, graduali o multifattoriali (Kruglanski et al., 2009). Diamo molto peso alle nostre impressioni – in gennaio molte persone si sentono davvero più stanche o malinconiche – e quando una storia descrive ciò che proviamo siamo inclini a considerarla vera sul piano emotivo, anche senza basi scientifiche solide.
In termini psicologici, emozioni e stati d’animo funzionano spesso come “informazione” che orienta il giudizio e può produrre una sensazione soggettiva di verità anche quando mancano prove robuste (Slovic et al., 2007). La ripetizione annuale sui media e sui social fa il resto: l’idea diventa familiare, entra nel linguaggio comune e ciò che era nato come operazione di marketing assume i contorni di una piccola tradizione invernale difficilmente messa in discussione. Numerosi studi mostrano infatti che la ripetizione aumenta la familiarità e la facilità di elaborazione, che a loro volta accrescono la percezione di verità e accettabilità di un contenuto, anche in assenza di nuove evidenze (Dechêne et al., 2010; Unkelbach et al., 2019).
Riconoscere che il Blue Monday è una costruzione mediatica non significa negare che l’inverno possa incidere sul benessere psicologico. La letteratura mostra che per alcune persone i mesi freddi sono associati a calo dell’umore, della motivazione e dell’energia, e in alcuni casi a forme di depressione stagionale come la Seasonal Affective Disorder (SAD), che si sviluppano nell’arco di settimane o mesi e richiedono una valutazione clinica accurata (Melrose, 2015). Ridurre tutto a una data sul calendario o a una formula è fuorviante.
Il rischio di iniziative come il Blue Monday è quello di banalizzare la sofferenza psichica, trasformandola in slogan o strumenti promozionali. Il caso diventa allora un buon osservatorio sul rapporto tra scienza e comunicazione: ci aiuta a distinguere un risultato di ricerca da una narrazione che usa il linguaggio della scienza senza adottarne i metodi, e a ricordare l’importanza di chiedere prove e chiarire i limiti delle affermazioni. Allo stesso tempo invita a guardare più da vicino ai meccanismi psicologici che orientano le nostre credenze – il bisogno di spiegazioni semplici, la fiducia nelle impressioni immediate, il sollievo che offre una storia ordinata – per leggere con maggiore lucidità sia i nostri stati d’animo sia i messaggi che li interpretano.
Articolo scritto da Mara Floris, Ricercatrice in Logica e Filosofia della Scienza UniSR, e Carlo Martini, Professore Associato in Logica e Filosofia della Scienza UniSR