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Cognizione del tempo: come funziona il cervello

Scritto da Team Comunicazione UniSR | Jul 17, 2026 4:04:00 PM

La cognizione del tempo, cioè l'insieme delle abilità cognitive che governano l'elaborazione del tempo (es., quanto tempo è passato) e la gestione del tempo, è presente fin da bambini. Man mano che cresciamo, questo senso del tempo si affina, perché maturano i circuiti del cervello dedicati all'attenzione, alla memoria di lavoro e alle emozioni. Mentre l'attenzione selettiva supporta la concentrazione sullo stimolo temporale iniziale e ne monitora la durata, la memoria di lavoro dà il senso della continuità dell'informazione nel tempo.

Studiare i meccanismi neuropsicologici che governano la cognizione del tempo aiuta a capire perché la lentezza, lungi dall'essere un ostacolo alla produttività, può favorire l'attenzione, la concentrazione e l'apprendimento. Al contrario, il multitasking, cioè la capacità di eseguire più compiti contemporaneamente, può in certi casi essere controproducente sia per la concentrazione che per la produttività.

Lo racconta Valentina Tobia, psicologa dello sviluppo e professoressa di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, il cui lavoro mostra come la ricerca su questi meccanismi abbia implicazioni dirette su come studiamo, lavoriamo e gestiamo l'attenzione.

 

Mind time e clock time: due tempi diversi

La distinzione di partenza è quella tra mind time e clock time: il tempo come lo elabora il nostro cervello, e il tempo oggettivo misurato dall'orologio. Sono due piani diversi, perché il cervello elabora il tempo attraverso l'integrazione di più circuiti, come quelli dedicati ai processi cognitivi, quali attenzione, percezione, e memoria, e quelli dedicati ai processi emotivi.

«Siete in sala d'attesa dal dottore per un esame importante: soprattutto se siete da soli, dieci minuti diventano lunghi e spiacevoli, il livello di stress sale, il cuore batte più veloce», racconta Tobia. Tuttavia, se in quel tempo chiacchierate con il vicino che attende insieme a voi, quegli stessi dieci minuti sembrano passare molto più in fretta. A fare la differenza sono sia gli aspetti emotivi, come per esempio un livello di ansia più basso, sia quelli cognitivi, legati alla quantità e alla qualità degli stimoli ricevuti: nel primo caso il cervello ha poco a cui agganciarsi, nel secondo è impegnato a elaborare linguaggio, espressioni, contenuti della conversazione.

 

La cognizione del tempo nelle persone neurodivergenti

Al quadro descritto si aggiungono le differenze individuali. Chi si occupa di disturbi del neurosviluppo, come la stessa professoressa Tobia, osserva che alcune persone hanno una cognizione del tempo strutturalmente meno accurata.

Nell'ADHD, ad esempio, aspettare il proprio turno in classe durante un'interrogazione o mentre vengono distribuiti dei nuovi materiali, può essere vissuto come un'attesa sproporzionata rispetto al tempo che passa effettivamente sull'orologio.

La letteratura propone che l'orologio interno di questi bambini "batta" più in fretta del solito: accumula più informazione temporale per unità di tempo reale, rendendo gli intervalli soggettivamente più lunghi di quello che sono. Non è l'unica spiegazione: altri studi puntano su un deficit nella memoria di lavoro che rende difficile "tenere a mente" il trascorrere del tempo, o su una vera e propria avversione all'attesa che distorce la stima. Una metanalisi pubblicata nel 2022 sul Journal of Attention Disorders (27 studi, oltre 2.800 partecipanti) ha documentato in modo sistematico come bambini e adolescenti con ADHD stimino le durate con minore accuratezza rispetto ai coetanei neurotipici. I meccanismi restano oggetto di ricerca, ma il fenomeno è riconosciuto.

 

Lentezza e produttività: perché fare meno cose spesso rende di più

Proprio perché il tempo mentale non coincide con quello dell'orologio, anche l'idea che lavorare più lentamente significhi essere meno produttivi andrebbe rivista. «Lentezza e produttività non vanno vissute in antitesi», sottolinea Tobia. Per alcuni processi mentali — l'apprendimento consolidato, in particolare, distinto da quello superficiale e mnemonico — servono tempo, ripetizione e la capacità di dedicarsi a un solo compito per volta.

È qui che il multitasking, lungi dall'essere un acceleratore, diventa un ostacolo. Fare più cose insieme genera un senso di urgenza che è prima di tutto una questione emotiva, ma che si ripercuote rapidamente sul piano cognitivo. Il livello di stress sale, e le risorse mentali iniziano a essere spese per gestire quell'attivazione, invece che per il compito da svolgere. Il risultato è un paradosso solo apparente: più si cerca di fare in fretta accumulando attività, meno efficiente diventa il cervello nel portarle a termine.

 

Cosa succede al cervello quando rallentiamo

Se il multitasking disperde le risorse cognitive, il rallentamento le concentra. La lentezza, insieme alla scelta di fare una cosa alla volta, permette di essere più presenti su quello che si sta facendo — un concetto che richiama tanto la mindfulness quanto la metacognizione, cioè la capacità di osservare e conoscere i propri processi mentali mentre accadono.

Pensare a camminare in giro per una città affollata all'ora di punta, rispetto a camminare in un bosco, possibilmente da soli o con poca gente intorno, rende bene la differenza: nel primo caso si è presi da continui stimoli, e ci si sposta da uno all'altro facendo fatica a restare ancorati al momento presente; nel secondo si è più liberi di riflettere su quello che si sta facendo, e ci si permette di godere con più attenzione dell'esperienza. Non è solo una questione di stile personale — perché bisogna anche essere capaci di stare nel presente — ma anche di contesto: l'ambiente che ci circonda può favorire o ostacolare questa concentrazione, e si può scegliere, almeno in parte, cosa avere intorno.

Anche la metacognizione, in questo senso, è una risorsa: sapere come funziona la propria mente — chi ha bisogno di rallentare per certe attività, chi invece rende meglio accelerando — è il primo passo per scegliere strategie efficaci, anziché subire un ritmo che non corrisponde al proprio funzionamento.

 

Come allenare il cervello a rallentare

Tradurre questi principi in abitudini quotidiane è possibile. Inserire pause reali tra un impegno e l’altro, anche solo dieci minuti, è il primo passo: non è un lusso, serve a consentire al cervello di tornare a regime prima del compito successivo. Lo stesso vale per i momenti quotidiani dedicati al rallentamento: una camminata, dell’attività fisica, anche solo ascoltare musica è utile, almeno due volte al giorno.

Il multitasking va limitato: carica il sistema emotivo e sottrae risorse cognitive che servono al compito in svolgimento. Anche agenda e calendario seguono questa logica: sono utili quando aiutano a non disperdere energie nel ricordare gli impegni, ma diventano un problema se usati per riempire ogni spazio disponibile senza lasciare mai un momento vuoto. Chi cerca uno strumento più strutturato per organizzare le proprie attività può esplorare il time blocking: una tecnica molto utile anche per gli studenti, che prevede di assegnare fasce orarie dedicate a categorie specifiche di impegni, invece di gestire una lista infinita di cose da fare.

Anche l'apprendimento lento segue la stessa logica. Conoscere il proprio funzionamento, la cosiddetta metamemoria, una forma specifica di metacognizione legata ai processi di memorizzazione, permette di scegliere strategie di studio realmente efficaci: c'è chi ha bisogno di ripetere più volte per imparare qualcosa, e chi apprende meglio leggendo con calma, in silenzio, senza interferenze. Riconoscere cosa è meglio per sé, invece di insistere su un metodo che non funziona, può fare la differenza tra uno studio frustrante e uno studio efficace.

Il filo che lega cognizione del tempo, lentezza e apprendimento porta a una conclusione poco intuitiva: il cervello non rende di più sotto pressione. Sapere come funziona il proprio senso del tempo, e riconoscere quando è il momento di rallentare, è una competenza cognitiva prima ancora che una scelta di vita.

 

 

Bibliografia

Zheng, Q., Wang, X., Chiu, K. Y., & Shum, K. K.-M. (2022). Time perception deficits in children and adolescents with ADHD: A meta-analysis. Journal of Attention Disorders, 26(2), 267–281.

Metcalfe, K. B., McFeaters, C. D., & Voyer, D. (2024). Time-perception deficits in attention-deficit/hyperactivity disorder: A systematic review and meta-analysis. Developmental Neuropsychology, 49(1), 1–24.

Walg, M., Oepen, J., & Prior, H. (2017). The faster internal clock in ADHD is related to lower processing speed: WISC-IV profile analyses and time estimation tasks facilitate the distinction between real ADHD and pseudo-ADHD. Child Psychiatry & Human Development, 48(1), 38–46.