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Comunicazione del crimine e cronaca nera: best practice

Scritto da Team Comunicazione UniSR | Jul 29, 2026, 2:41:35 PM

Articoli su riviste specializzate, trasmissioni televisive, podcast ed eventi dal vivo dedicati alla cronaca nera sono da sempre parte dell'ecosistema mediatico. Non è un caso: il fascino esercitato dal crimine sul pubblico è da tempo oggetto di studio anche della criminologia, che riconosce in questi eventi un forte potenziale narrativo. Se questo interesse non è una novità, rispetto all'epoca precedente alla diffusione capillare di internet e dei social media è cambiata la velocità con cui una storia viene raccontata, commentata e rilanciata.

Alcuni studiosi parlano proprio di criminologia folk (Verde, 2010): una forma di interpretazione “dal basso” che sposta l'attenzione dall'analisi dei fenomeni alle vicende e ai personaggi, trasformati in protagonisti di un racconto.

«Parliamo di gossip criminologico, una tendenza a sentenziare da cui bisognerebbe stare lontani, soprattutto quando riguarda casi giudiziari ancora aperti, piuttosto che storie criminali già concluse e documentate da sentenze pubbliche», dice il professor Guido Travaini, associato di Medicina Legale e direttore del Master in Criminologia e Psicopatologia Forense di Università Vita-Salute San Raffaele. Con lui abbiamo discusso gli errori e le distorsioni più comuni nella rappresentazione mediatica degli atti criminali oggi.

 

Criminologo e psicopatologo forense: quali sono le differenze

Quando un caso di cronaca nera arriva in prima pagina, sovente vi è la tendenza a giustificare il fatto attraverso la chiave di lettura della psicopatologia, ovvero con la presenza di una eventuale malattia mentale che ne è stata causa. Si tratta di una valutazione forense per cui sono necessarie competenze cliniche. Laddove invece non vi sia una spiegazione clinica, occorrono piuttosto competenze criminologiche.

«L'errore più diffuso che riscontriamo tra le e gli studenti il primo giorno di lezioni al Master in Criminologia e Psicopatologia Forense è la convinzione che il criminologo faccia indagini o intervenga sulla scena del crimine: questo è invece compito del medico legale», racconta Travaini.

Il criminologo può avere una formazione non clinica e si occupa della valutazione dell'autore di reato in assenza di patologie psichiatriche. Questa figura, per esempio, interviene per l'esame dei reati che riguardano tanti ambiti, da quella economica alla violenza di genere e familiare. Diverso è il profilo dello psicopatologo forense, una figura con una laurea in medicina, preferibilmente una specializzazione in psichiatria, con formazione in medicina legale, oppure una laurea in psicologia con formazione psicopatologica specifica. Lo psicopatologo forense interviene infatti nei casi in cui è il disturbo psichiatrico a determinare l'azione.

 

Malattia mentale e criminalità: cosa dicono i dati

Non esiste alcuna evidenza scientifica che la malattia mentale, nella sua complessità, predisponga le persone a commettere un crimine più di quanto si osserva nella popolazione generale. La letteratura psicopatologica sembra suggerire che il numero di assoluzioni per incapacità di intendere e di volere, cioè i casi in cui una perizia riconosce un nesso causale diretto tra patologia mentale e reato, sia limitato. Vi sono però alcune diagnosi specifiche, come i disturbi borderline, di personalità, antisociali, per cui è più frequente che le persone che ne soffrono commettano reati per cui devono poi essere giudicati. Eppure, nel racconto di un caso di cronaca nera, molto spesso si invoca la psicopatologia per spiegare i delitti più violenti.

La malattia mentale in qualche modo tranquillizza le persone, offrendo una motivazione più “accettabile” per casi che altrimenti sono inconcepibili. Un dato conferma quanto questa dinamica sia radicata: negli Stati Uniti, la quota di persone che considera pericolosa una persona con diagnosi di schizofrenia è salita oltre il 60% nel 2018, in crescita costante nell'arco di ventidue anni nonostante l'evidenza epidemiologica non confermi l'associazione (Pescosolido, Manago & Monahan, 2019). «L'idea che una persona comune possa uccidere per gelosia o per un banale litigio ci spaventa più della spiegazione psichiatrica. Un racconto del crimine rigoroso invece separa la sfera psicopatologica, se presente, da quella criminologica», spiega Travaini.

I delitti sono spesso multi-causali

In criminologia è per di più raro trovare un'unica causa: i delitti sono multi-causali e multifattoriali, spesso combinazioni di tratti di personalità e, in molti casi, abuso di alcol e sostanze stupefacenti.

Lo conferma anche la revisione sistematica più aggiornata sul tema, condotta su oltre 200.000 persone con diagnosi di disturbi psicotici: quando il rischio di violenza è elevato, dipende sempre dalla combinazione di più fattori, mai dalla sola diagnosi psichiatrica (Lagerberg, Lambe, Paulino, Yu & Fazel, 2025).

 

Le persone con disturbi psichiatrici sono più spesso vittime o autori di reato?

Associare la psicopatologia alla propensione a delinquere è un errore: alcuni studi suggeriscono anzi che le persone con disturbi psichiatrici sono più spesso vittime che autori di reato, anche se si tratta di lavori ormai datati. Uno studio di Teplin e colleghi, pubblicato su Archives of General Psychiatry, ha calcolato che l'incidenza annuale di crimini violenti tra le persone con malattia mentale grave è più di quattro volte superiore all'incidenza annuale calcolata nella popolazione generale, 168,2 incidenti su 1000 persone nel primo gruppo contro 39,9 su 1000 persone nel secondo.

Un altro studio del 2014, condotto da Desmarais e colleghi e pubblicato sull'American Journal of Public Health, ha compilato un database di 4480 adulti con malattia mentale che avevano risposto a domande sull'aver commesso o subito violenza nei sei mesi precedenti. Tra queste persone, il 23,9% riportava di aver commesso un atto violento, contro un 30,9% di persone che invece affermava di averne subito almeno uno nei sei mesi precedenti.

Esistono esempi specifici, come la circonvenzione di persona incapace, che le riguardano proprio in quanto vittime, eppure il numero delle denunce resta molto basso. «In gergo si parla di un elevato numero oscuro, cioè di un ampio divario tra i reati realmente commessi e quelli denunciati. Questo dipende sia dal fatto che molte persone con malattie mentali non sanno di poter denunciare, sia dallo stereotipo secondo cui non sarebbero testimoni credibili», spiega il professore.

 

Perché alcuni delitti ci colpiscono più di altri

Alcuni delitti ci colpiscono più di altri per il noto meccanismo di immedesimazione con la vittima. Spesso questo accade nei casi di femminicidio o in quelli di vittima casuale. Diverso è il caso in cui la vittima è una figura percepita come più lontana dalla propria esperienza, come un personaggio famoso, un politico o un magistrato o, diversamente, a chi appartiene al mondo criminale. E quanto più forte è questa identificazione, tanto maggiore è l'allarme sociale suscitato dal fatto di cronaca.

«È ciò che sta accadendo in questi ultimi anni in cui i tassi generali di omicidio si sono abbassati, ma sono cresciuti quelli in cui le vittime sono donne o persone fragili», osserva Travaini.

 

Perché un criminologo non può dare risposte immediate

Superata la fase di identificazione con la vittima, nel pubblico prevale una “bramosia interpretativa” del fatto: perché questa cosa è avvenuta e chi è stato. In questa seconda fase, il delitto si trasforma in una storia da raccontare, e la vittima e i suoi familiari passano quasi in secondo piano rispetto alla curiosità e all'esigenza di ricevere risposte immediate e rassicuranti risposte.

Tuttavia, quando non si sono ancora esaminati gli atti del caso, né incontrato la persona coinvolta, non è possibile dare risposte esaustive e conclusive.

«Per questo, quando si parla di un caso di cronaca nera sarebbe opportuno innanzitutto distinguere tra i casi già valutati dalla magistratura e quelli ancora in fase di indagine. Questi in particolare dovrebbero essere narrati con la massima prudenza possibile, evitando accuratamente di offrire interpretazioni definitive», dice Travaini.

 

Comunicazione del crimine: le buone pratiche per giornalisti e pubblico

Questa cautela non riguarda soltanto chi si occupa professionalmente di cronaca nera, ma anche chi commenta un fatto di sangue sui social o in una conversazione informale. Di fronte a vicende ancora in corso di accertamento, è opportuno distinguere i fatti dalle interpretazioni, esplicitare quando si propone una propria chiave di lettura ed evitare conclusioni affrettate, tenendo presente che le persone coinvolte possono trovarsi in una fase del procedimento in cui la loro responsabilità non è stata ancora accertata.

«Così come nella comunicazione della scienza non si può presentare come definitiva una scoperta ancora preliminare», osserva il professore, «anche il racconto del crimine richiede particolare attenzione ai limiti delle informazioni disponibili e al grado di incertezza che le accompagna».

È una distinzione che vale tanto per chi scrive quanto per chi legge: una comunicazione del crimine responsabile non insegue la velocità del racconto, ma la tiene in equilibrio con il grado di certezza dei fatti disponibili.

 

 

 

Bibliografia

• Teplin, L. A., McClelland, G. M., Abram, K. M., & Weiner, D. A. (2005). Crime victimization in adults with severe mental illness: comparison with the National Crime Victimization Survey. Archives of General Psychiatry, 62(8), 911–921.

• Desmarais, S. L., Van Dorn, R. A., Johnson, K. L., Grimm, K. J., Douglas, K. S., & Swartz, M. S. (2014). Community violence perpetration and victimization among adults with mental illnesses. American Journal of Public Health, 104(12), 2342–2349.

• Verde, A. (2010). Il reale del delitto e i tre livelli della criminologia: criminologia folk, criminologia istituzionale, criminologia scientifica. In A. Verde & C. Barbieri (a cura di), Narrative del male. Dalla fiction alla vita, dalla vita alla fiction. Milano: FrancoAngeli.

• Pescosolido, B. A., Manago, B., & Monahan, J. (2019). Evolving public views on the likelihood of violence from people with mental illness: Stigma and its consequences. Health Affairs, 38(10), 1735–1743.

• Lagerberg, T., Lambe, S., Paulino, A., Yu, R., & Fazel, S. (2025). Systematic review of risk factors for violence in psychosis: a 10-year update. British Journal of Psychiatry, 226(2), 100–107.