L'ecoansia entra per la prima volta in un report sistematico nel 2017, quando American Psychological Association ed ecoAmerica pubblicano “Mental Health and Our Changing Climate”; da allora la fascia più coinvolta nelle richieste di consulenza psicologica legate al clima resta quella tra i 16 e i 24 anni. Non è una diagnosi: è un termine che nella letteratura scientifica può indicare una reazione fisiologica di preoccupazione verso un cambiamento reale e, in alcuni casi, un quadro più vicino alla sofferenza psicopatologica. Antonella Somma, professoressa di Psicologia clinica in UniSR, e Sarah Songhorian, docente di Filosofia morale, la osservano da due prospettive diverse: la prima da una prospettiva psicologica, considerando il lavoro clinico con pazienti che faticano a dormire o concentrarsi per la preoccupazione ambientale, la seconda nel modo in cui il cambiamento climatico mette in crisi le categorie tradizionali di responsabilità morale.
Nella letteratura psicologica il termine abbraccia uno spettro ampio: reazioni di preoccupazione, tensione, timore legate ai cambiamenti climatici e al loro impatto sulla vita di ciascuno. Somma introduce una distinzione che nella pratica clinica fa la differenza. Da un lato c'è una risposta fisiologica: la preoccupazione che nasce dall'osservare un cambiamento reale, per esempio l'aumento della frequenza di eventi climatici estremi registrato nell'ultimo decennio. Dall'altro, una variante più vicina al registro dell'ansia patologica, quella che porta a difficoltà concrete nella vita quotidiana.
A separare le due condizioni non è la presenza o l’assenza di preoccupazione, ma la sua intensità. «La risposta ansiosa di per sé non è patologica», spiega Somma. «Quello che poi la connota in maniera patologica sono l'intensità, la durata e la pervasività.» La frequenza con cui si manifesta e l'impatto che ha sulle relazioni, sul lavoro, su tutto ciò che costituisce la vita di una persona sono, per Somma, gli indicatori che spostano l'ecoansia da risposta adattiva a fenomeno clinico. Non c’è un confine netto e per questo è importante osservare attentamente chi presenta questi segnali: «una certa preoccupazione è in qualche modo assolutamente fisiologica, il campanello di allarme dovrebbe scattare quando l’ecoansia diventa un ostacolo per la vita quotidiana, un polo attorno cui ruota tutta l’esperienza di vita della persona».
Un punto tecnico rilevante riguarda la differenza tra ecoansia e disturbo da stress post-traumatico. Chi vive direttamente un evento climatico estremo, un uragano, un'alluvione, può sviluppare una reazione da stress acuto che, se si stabilizza, rientra in un quadro diagnostico distinto. L'ecoansia descritta in letteratura riguarda invece la preoccupazione per il cambiamento climatico, non l'esposizione diretta a un evento traumatico eventualmente conseguente al cambiamento climatico stesso (per esempio un uragano).
Le ricerche online per “eco-anxiety” sono aumentate del 4.590% tra il 2018 e il 2023 a livello globale, secondo un'analisi di Google Trends ripresa dalla BBC. In ambito psicologico il tema ha una storia recente. Seppur il primo report dell’American Psychological Association che ha portato all’attenzione le interconnessioni tra clima e psicologia sia del 2010, è nell'ultimo decennio che l'attenzione nei confronti dell’ecoansia è cresciuta, portando a gruppi di lavoro specifici e report sistematici. Un recente lavoro pubblicato dell’Annual Review of Clinical Psychology, secondo Somma, offre una panoramica sullo stato dell’arte del rapporto tra salute mentale e cambiamento climatico (Clayton & Crandon 2025).
Due fattori spiegano questa crescita di attenzione. Il primo è demografico: le richieste di consulenza per ecoansia si concentrano soprattutto tra i 16 e i 24 anni, una fascia che si è trovata coinvolta in movimenti globali sulla crisi climatica, da Greta Thunberg alle organizzazioni giovanili nate negli ultimi anni. Lo conferma un altro studio pubblicato nel 2021 su Lancet Planetary Health da Caroline Hickman e colleghi, condotto su 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni in dieci paesi: quasi il 60% si è definito molto o estremamente preoccupato per il cambiamento climatico, e oltre il 45% ha riferito un impatto negativo sul proprio funzionamento quotidiano.
Il secondo fattore riguarda la pratica clinica: gli psicologi si sono trovati sempre più spesso pazienti la cui preoccupazione per il clima si accompagnava a un vissuto di sottovalutazione o minimizzazione da parte degli adulti di riferimento. È da questo riconoscimento che sono nate le prime task force, i primi climate café e i gruppi di lavoro dedicati, un ulteriore segnale della crescente attenzione clinica al fenomeno.
Songhorian osserva lo stesso fenomeno da un angolo diverso: quello della filosofia morale, disciplina che si occupa di ecoansia da quando si occupa anche del clima che cambia. «Il cambiamento climatico può essere considerato come una “tempesta morale perfetta” (Gardiner 2011) a causa delle caratteristiche del problema stesso. Abbiamo una situazione che è strutturale, e che nasce dalla combinazione di tantissimi agenti diversi, nel tempo», spiega. «Gli strumenti abituali della filosofia morale, pensati per attribuire colpa e responsabilità a un singolo agente, si rivelano spuntati di fronte a un fenomeno collettivo e diffuso» (Jamieson 2014).
Questo scollamento tra strumenti morali e natura del problema produce un effetto psicologico preciso. «In un contesto in cui tu non puoi più attribuire un'azione a un agente e attribuire in modo univoco la colpa, nasce una sensazione spiazzante di responsabilità diffusa» (Young 2006), nota Songhorian.
Alla responsabilità diffusa si somma un secondo tema, quello della giustizia intergenerazionale: buona parte delle conseguenze delle scelte odierne ricade su persone che non sono ancora nate, e con le quali non esiste la simmetria tipica dei rapporti quotidiani. Come dice Songhorian, «alcune delle scelte che noi facciamo oggi non solo cambieranno il mondo delle generazioni future, ma cambieranno proprio chi saranno gli individui che comporranno le generazioni future. È il celebre problema della non-identità» (Parfit 1984). Il tema, che in filosofia morale è oggetto di un dibattito recente e ancora aperto, apre questioni che vanno dalla giustizia climatica alla bioetica riproduttiva.
Sul piano clinico, il criterio guida non è la presenza dell'ansia ma la sua interferenza con la vita quotidiana. «Il pensiero legato all’ecoansia, quella preoccupazione, quella paura mi impedisce di condurre una vita normale? Il che vuol dire, per esempio, andare a letto e riuscire ad addormentarmi come mi addormentavo prima, uscire con amici e familiari, trascorrere del tempo con le persone che mi circondano e godermi quell’uscita senza continuare a pensare in maniera costante al cambiamento climatico… Ecco se accade questo può essere utile rivolgersi a un professionista», spiega Somma.
Una meta-analisi pubblicata nel 2025 sulla rivista Healthcare, condotta su un campione complessivo di oltre 65.000 persone in diversi paesi, colloca il livello medio di ecoansia nella popolazione generale a 34,8 su 100 (livello moderato), con il genere femminile caratterizzato da punteggi più alti degli uomini. Il sonno è uno degli indicatori più citati dall'American Psychological Association, insieme alla difficoltà a concentrarsi o studiare, particolarmente frequente nelle fasce d'età più giovani per via dell'iperfocalizzazione sulle tematiche climatiche.
Un principio guida per gli interventi, secondo l'American Psychological Association, è non minimizzare il contenuto della preoccupazione: farlo, soprattutto nelle fasce più giovani, produce spesso più disagio della preoccupazione stessa. Il primo passo, secondo Somma, non è ridurre l'attenzione nei confronti del problema climatico ma evitare la patologizzazione automatica di ogni forma di preoccupazione. Le strategie cliniche si radicano in modelli psicoterapeutici consolidati: la terapia cognitivo-comportamentale può lavorare, per esempio, ricollocando la preoccupazione specifica (un'ondata di calore, un dato allarmante) dentro una cornice più ampia, invece di lasciare che diventi l'unico filtro attraverso cui leggere la realtà. Un approccio psicodinamico potrebbe invece focalizzarsi sul significato che quella specifica minaccia esterna assume per la persona.
Un punto su cui Somma e Songhorian convergono è che l'obiettivo non è eliminare l'ansia in sé. Songhorian lo spiega con un parallelismo diretto, quello dell'ansia da esame: «è utile provare ansia per fare un buon esame. L’ansia ci attiva, può essere un motore positivo. Non è sano, invece, provare un’ansia pervasiva, pensare che se l'esito dell'esame dovesse essere negativo la mia vita è distrutta o la mia persona non vale nulla». Lo stesso vale per l'ecoansia: una quota di preoccupazione può essere un segnale utile, persino un incentivo all'azione, quando resta proporzionata. Diventa un problema quando paralizza, quando impedisce di funzionare invece di orientare il comportamento.
Questa distinzione ha un nome preciso nella letteratura sull'ecoansia. Il ricercatore finlandese Panu Pihkala, tra i primi a sistematizzare lo studio del fenomeno, distingue tra un'ecoansia "pratica" e una forma paralizzante. La prima funziona come un allarme: segnala che qualcosa richiede attenzione, spinge a raccogliere informazioni, a valutare le opzioni, a muoversi verso una decisione. È la stessa logica dell'ansia da esame richiamata da Songhorian, utile finché resta proporzionata al problema che deve affrontare. La seconda, quella paralizzante, blocca il pensiero sulla minaccia invece di orientarlo verso una risposta. Toglie alla persona la capacità di decidere, che secondo Pihkala dovrebbe restare il punto d'arrivo di qualsiasi ecoansia funzionale.
Le emozioni legate al clima rischiano di essere usate in modo strumentale nel dibattito pubblico. «L'ansia è una reazione sensata e può essere informata e anche utile, ma è chiaramente manipolabile come lo è la paura», osserva Songhorian, che accosta il caso dell'ecoansia ad altri esempi in cui le reazioni emotive collettive si attivano in modo diseguale: più forti quando riguardano situazioni con cui è facile identificarsi, più deboli quando riguardano fenomeni ugualmente gravi ma percepiti come lontani. Il fenomeno è stato documentato empiricamente dallo psicologo Paul Slovic (2007), che ha descritto come «identifiable victim effect» la tendenza a reagire con più intensità a vittime singole e riconoscibili rispetto a fenomeni collettivi, anche quando questi ultimi sono oggettivamente più gravi.
Il confine tra sensibilizzazione legittima e allarmismo strumentale, per Songhorian, si gioca proprio sul lavoro di riconoscimento: capire quando una reazione di preoccupazione è proporzionata al problema e quando invece viene amplificata per fini che non hanno a che fare con la comprensione del fenomeno. È un lavoro che riguarda tanto i singoli quanto le istituzioni che comunicano il cambiamento climatico e l'ecoansia che ne deriva, università comprese.
American Psychological Association & ecoAmerica, Mental Health and Our Changing Climate: Impacts, Implications, and Guidance, 2017.
Google Trends, dati sulle ricerche globali per il termine "eco-anxiety" (2018-2023), ripresi da BBC/Time, novembre 2023.
American Psychological Association Task Force on the Interface Between Psychology and Global Climate Change, Psychology & Global Climate Change.Addressing a multifaceted phenomenon and set of challenges, 2010.
Clayton, S., Crandon, T, Climate Change and Mental Health. Annual Review of Clinical Psychology. 21:61-83, 2025.
Clayton, S., Manning, C., Krygsman, K., & Speiser, M., Mental health and our changing climate: Impacts, implications, and guidance, American Psychological Association, 2017.
Hickman, C., Marks, E., Pihkala, P., Clayton, S., Lewandowski, R. E., Mayall, E. E., Wray, B., Mellor, C., van Susteren, L., Climate anxiety in children and young people and their beliefs about government responses to climate change: a global survey, The Lancet Planetary Health, 5(12), e863-e873, 2021.
Gallè, F. et al., Assessing the Presence of Eco-Anxiety in the General Population: A Systematic Review, Meta-Analysis and Meta-Regression, Healthcare, 13(21), 2025.
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Gardiner, S. M., A Perfect Moral Storm: The Ethical Tragedy of Climate Change, Oxford University Press, 2011.
Jamieson, D., Reason in a Dark Time: Why the Struggle Against Climate Change Failed — and What It Means for Our Future, Oxford University Press, 2014.
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