La fenomenologia del dolore distingue il male localizzato dalla sofferenza esistenziale, discute del tempo vissuto e dell’empatia, e definisce la differenza tra dolore e sofferenza: che cosa accade veramente quando proviamo dolore? Ne parliamo, in occasione del Mese della consapevolezza del dolore, con la Prof. Francesca De Vecchi, Ordinaria di Filosofia teoretica e Presidente del Corso di Laurea magistrale in Filosofia del mondo contemporaneo, UniSR.
Fondata da Edmund Husserl all’inizio del Novecento, la fenomenologia è un metodo filosofico che indaga il modo in cui facciamo esperienza delle “cose” e il significato che assumono per chi le vive.
Il punto di partenza della fenomenologia è l’intenzionalità. Intenzionali sono le esperienze che viviamo: percepiamo un oggetto, ricordiamo un avvenimento, temiamo una possibilità, soffriamo per una perdita. Ogni esperienza ci pone in rapporto con qualcosa – oggetti, situazioni, persone, salienze qualitative del mondo in cui viviamo – e possiede una propria struttura. In quanto intenzionale, ogni esperienza è al contempo un modo di prendere posizione rispetto a quel qualcosa con cui entriamo in relazione. L’intenzionalità delle esperienze vissute è quindi caratterizzata sia da relazionalità sia da posizionalità.
La prospettiva della fenomenologia si rivolge quindi alle varie forme dell’esperienza che caratterizzano la nostra vita personale – percezione sensoriale, stati affettivi, corpo vissuto, temporalità, incontro con gli altri. Non sostituisce la spiegazione medica o neuroscientifica, perché pone una domanda differente. Un esame clinico può individuare la sede e la causa di una lesione; la fenomenologia esamina come quella lesione venga vissuta dal soggetto – ossia come essa “si dà” nella sua esperienza. Anche la definizione clinica del dolore si è avvicinata alla visione fenomenologica: nel 2020 l’International Association for the Study of Pain l’ha rivista per la prima volta dal 1979, includendo esplicitamente l’esperienza vissuta accanto al danno tissutale.
È proprio questa differenza a rendere il dolore un tema filosoficamente rilevante. Il dolore si presenta nel corpo e, allo stesso tempo, modifica il modo in cui la persona si sente, a partire da come il dolore viene vissuto. Il dolore può rimanere circoscritto oppure acquistare un peso più ampio, fino a incidere sul significato che attribuiamo a ciò che stiamo vivendo. Nel dolore si incontrano così il corpo fisico, che può essere osservato dall’esterno, e il corpo vissuto, del quale ciascuno fa esperienza in prima persona.
Un dolore alla mano ha una collocazione precisa. Possiamo indicarne il punto e distinguerlo dal resto del corpo - è, del resto, un dolore fisico. «Per la fenomenologia, esperienze di questo tipo appartengono ai sentimenti sensoriali: sono legate a sensazioni corporee localizzate e possiedono un carattere puntuale», afferma De Vecchi.
Da qui nasce la distinzione fra “avere male” e “stare male”. La prima espressione risponde alla domanda “dove ti fa male?”; la seconda dice come la persona si sente nel suo complesso. Si può avere male a una mano, ma, in generale, sentirsi bene. Un dolore intenso o persistente, però, può oltrepassare questa localizzazione e incidere sullo stato generale del soggetto.
Questa analisi presuppone una stratificazione dell’esperienza. Al livello più elementare si trovano i sentimenti sensoriali, legati a sensazioni corporee localizzabili: il mal di testa, il dolore a un dente, una ferita alla mano: il dolore fisico di cui abbiamo appena parlato. A uno strato ulteriore appartengono i sentimenti vitali, come la spossatezza o un malessere diffuso, che non rimandano più a un punto preciso.
La sofferenza personale interessa uno strato ulteriore, quello del significato attribuito alla propria esperienza e, più profondamente, alla propria esistenza nel suo complesso. Non coincide con un malessere momentaneo dovuto alla fatica: investe il modo in cui una persona comprende e conferisce significato a quello che le capita di vivere, riuscendo a orientarsi all’interno della propria vita. In alcune condizioni psicopatologiche, fra cui la depressione, può incepparsi proprio questa capacità. Il mondo si mostra alla persona privo di significato, le esperienze vissute diventano prive di senso, si modifica la relazione intenzionale tra soggetto intenzionante e mondo.
Dolore fisico e sofferenza personale devono essere distinti, ma possono intrecciarsi. La stessa lesione assume un peso diverso a seconda della persona e della situazione. Una ferita alla mano avrà conseguenze particolari per un pianista alla vigilia di un concerto, perché riguarda direttamente la sua professione e i suoi progetti. L’intensità sensoriale del male non basta, da sola, a spiegare il significato conferito a quell’esperienza.
De Vecchi riassume il punto osservando che «la questione è il significato che noi diamo all'esperienza che stiamo vivendo: il peso, la rilevanza di ciò che viviamo e il modo in cui rispondiamo, vale a dire, prendiamo posizione rispetto a esso». La risposta non segue il modello lineare di una causa che produce un effetto. Entrano in gioco quelli che la fenomenologia chiama connessioni motivazionali: relazioni di senso che rendono comprensibile il modo in cui una persona risponde a ciò che le capita di vivere.
Il tempo sembra cambiare quando si prova dolore. I minuti misurati dall’orologio mantengono la stessa durata, ma possono sembrare interminabili. È il tempo vissuto, distinto dal tempo quantificabile: De Vecchi richiama la durée di Henri Bergson, la “durata” che indica una temporalità colta dall’interno e che non si lascia ridurre a una successione di unità identiche. Il dolore assorbe il presente e restringe l’orizzonte dell’esperienza; l’attesa che finisca può renderlo ancora più ingombrante. Una parte di questa esperienza è passiva: se qualcuno ci pesta un piede, non possiamo decidere di non provare male. «Diverso è il modo in cui il pensiero torna su quel dolore, vi indugia o lo collega ad altre esperienze» precisa De Vecchi. Ciò non significa che chi soffre sia responsabile della propria sofferenza, bensì che la temporalità dolorosa dipende sia da ciò che il corpo impone sia dalla rilevanza assunta da quell’evento nella vita della persona. È una dilatazione diversa da quella che le neuroscienze descrivono quando studiano la cognizione del tempo, eppure altrettanto reale.
Il confine tra la mia esperienza e quella altrui richiama la capacità empatica del soggetto. «Non si può vivere in prima persona il dolore fisico di un’altra persona» sottolinea la Professoressa. La fenomenologia distingue l’empatia dall’identificazione o fusione emotiva. Edith Stein, filosofa che nel 1917 dedicò all’empatia la sua prima ricerca filosofica (Zum Problem der Einfühlung), la intende come l’accesso all’esperienza di un altro in quanto esperienza altrui: «l'empatia è cogliere l’esperienza vissuta da un altro: è un’esperienza vissuta in seconda persona» spiega De Vecchi.
Posso vedere una ferita, il sangue o un’infiammazione mediante la percezione sensibile; mentre empatizzo quando colgo quel corpo come corpo vivo, appartenente a un soggetto che sente. Stein ritiene possibile una forma di empatia anche per il dolore fisico, perché i corpi umani condividono una struttura, un “tipo generale” del quale ciascun corpo costituisce una esemplificazione individuale. Un altro importante fenomenologo, Max Scheler, sostiene invece una posizione differente: per comprendere il dolore altrui, dovremmo riprodurlo in prima persona, ma in questo modo proveremmo il nostro dolore se fossimo in quella situazione, non il dolore che sta vivendo ora l’altra persona. Resta però accessibile il suo stato complessivo, insieme al significato personale assunto dalla sofferenza.
L’empatia non funziona come un interruttore, che si accende o si spegne. L’empatia, invece, è caratterizzata da gradi diversi di compimento e riesce meglio quando comprendiamo il nesso di senso tra ciò che una persona prova e la situazione che motiva quel vissuto.
Ciò vale anche quando empatizziamo con il personaggio di un romanzo o di un film. Il personaggio appartiene a uno spazio-tempo diverso dal nostro, ma la precisione con cui un’opera restituisce il suo mondo può farci cogliere l’unità di senso della sua sofferenza.
Il dolore richiede cure, attenzioni e soluzioni, ma una diagnosi non esaurisce ciò che accade a chi soffre. Restano da comprendere il rapporto con il proprio corpo, il tempo che sembra dilatarsi e il significato assunto da quell’esperienza. Curare il dolore è un atto medico. Comprenderlo chiama in causa anche la psicologia e la filosofia. Ecco perché la fenomenologia del dolore, più che sostituire la diagnosi clinica, la completa.