La formazione in medicina traslazionale è stato uno dei temi centrali affrontati durante l’Early Spring Meeting ospitato da UniSR il 5–6 marzo e organizzato congiuntamente con UMC Utrecht sotto l’egida dell’Eureka Institute for Translational Medicine. L’evento “From Discovery to Impact” ha riunito ricercatrici e ricercatori, docenti ed esperti per riflettere sulle sfide legate al trasferimento delle scoperte scientifiche nella pratica clinica, affrontando al tempo stesso temi più ampi come la bioetica e la misinformazione e disinformazione nella comunicazione scientifica.
L'educazione universitaria è stata ampiamente discussa durante il convegno: quali competenze dovrebbero sviluppare i futuri scienziati e scienziate nel campo della medicina traslazionale? E in che modo i percorsi universitari possono preparare gli studenti a muoversi tra ricerca e pratica clinica?
Per riflettere sul tema abbiamo intervistato Sanne Ter Meulen-de Jong, Assistant Professor in Biomedical Education presso UMC Utrecht, a sua volta relatrice all’evento. Ci ha raccontato come approcci formativi innovativi possano favorire il pensiero critico, la creatività e la collaborazione interdisciplinare nella medicina traslazionale.
Difficile che esista un unico percorso lineare che conduca dalla ricerca biomedica all’insegnamento. Molti professionisti arrivano alla didattica gradualmente, quando l’attività formativa diventa parte integrante del lavoro scientifico. Questo passaggio riflette spesso un interesse più ampio verso i processi di trasmissione del sapere, oltre che verso la produzione di conoscenza. Analizzare queste traiettorie aiuta a comprendere come costruire nuovi percorsi di formazione in medicina traslazionale.
«La mia formazione iniziale è stata quella di ricercatrice biomedica nel campo cardiovascolare e ho conseguito un dottorato di ricerca focalizzato sulla fibrosi cardiaca. Durante il dottorato ho avuto anche un incarico di insegnamento, pari al 20% del mio lavoro complessivo, ed è stata proprio quell’esperienza a farmi capire quanto mi appassionasse la didattica. Con il tempo questo interesse è cresciuto, fino a diventare il fulcro della mia attività professionale.
Oggi lavoro come docente e faccio parte del gruppo di innovazione della Graduate School of Life Sciences. Il mio lavoro si concentra sullo sviluppo di nuovi approcci formativi nelle scienze biomediche, con particolare attenzione a come integrare la scienza traslazionale nei nostri programmi.»
Il termine “medicina traslazionale” è ampiamente utilizzato, ma non sempre definito in modo chiaro. Non descrive semplicemente un passaggio lineare dal laboratorio alla clinica, bensì un’interazione continua tra le diverse fasi della ricerca. Nel tempo, il suo significato si è ampliato, riflettendo la necessità di una maggiore integrazione tra discipline. Comprenderlo è fondamentale anche per progettare percorsi di formazione nella medicina traslazionale.
«La medicina traslazionale — o scienza traslazionale — è spesso descritta come il ponte tra il laboratorio e la pratica clinica. Tuttavia, il processo funziona anche in senso inverso: è il letto del paziente a fornire informazioni e stimoli alla ricerca di base. Nella medicina traslazionale da una parte i clinici-ricercatori devono comprendere cosa accade nella ricerca di base; dall’altro, i ricercatori di base devono essere consapevoli del contesto clinico.
Entrambe le prospettive devono dialogare e rimanere aperte a uno scambio reciproco. Questo richiede, naturalmente, una forte motivazione intrinseca a colmare il divario.»
Progettare percorsi di formazione in medicina traslazionale significa andare oltre i confini disciplinari tradizionali. Le università oggi sono chiamate a costruire ambienti in cui la collaborazione è parte integrante dell’apprendimento. Questo implica allineare i curricula alle dinamiche reali della ricerca e della pratica clinica.
«Nei nostri corsi di medicina e biomedicina offriamo moduli dedicati alla collaborazione tra ricercatori e clinici. Inoltre, ho sviluppato un programma chiamato Translational Life Sciences, in cui formiamo studenti prossimi alla laurea o nelle fasi finali del loro percorso, fornendo le competenze necessarie per operare nella medicina traslazionale.»
Quando si parla di formazione in medicina traslazionale, il tema delle competenze diventa centrale. Le conoscenze tecniche non sono sufficienti: entrano in gioco capacità relazionali, riflessive e interdisciplinari. Comprendere queste competenze è essenziale per formare ricercatori in grado di operare in contesti complessi.
«La competenza più importante è la capacità di interagire efficacemente con una pluralità di stakeholder. Altre competenze fondamentali che sviluppiamo nei nostri programmi includono la collaborazione e il lavoro di squadra nella ricerca, la riflessione, lo sviluppo personale, e la capacità di attraversare i confini tra discipline.»
Tra le abilità richieste nella medicina traslazionale, il “boundary crossing” assume un ruolo centrale. Indica la capacità di muoversi tra discipline, prospettive e linguaggi diversi. È sempre più rilevante nella formazione dei ricercatori, perché riflette la natura complessa dei problemi scientifici contemporanei.
«Il boundary crossing consiste nel riconoscere e lavorare attraverso i confini che esistono tra discipline, prospettive e modi di pensare. Nella nostra vita professionale, e anche personale, ci confrontiamo costantemente con questi confini. Possono emergere perché non comprendiamo un’altra disciplina o perché gruppi diversi hanno prospettive differenti sullo stesso problema.
Nel nostro programma insegniamo agli studenti prima a riconoscere questi confini e poi a utilizzarli come opportunità di apprendimento. L’obiettivo è capire come attraversarli e integrare punti di vista diversi.»
Negli ultimi anni, la formazione nella medicina traslazionale ha iniziato a integrare elementi provenienti da ambiti come le arti e le scienze umane. Questo approccio riflette una crescente attenzione al ruolo della creatività nello sviluppo del pensiero scientifico.
«Sono una forte sostenitrice dell’integrazione di arti e scienze umane nella formazione medica e biomedica. Nel programma Translational Life Sciences proponiamo costantemente esercizi creativi agli studenti.
Ad esempio, nella prima settimana del corso chiediamo loro di realizzare un’installazione fotografica utilizzando oggetti scelti casualmente portati da casa o trovati nell’ambiente circostante. Successivamente, devono costruire una narrazione intorno all’installazione creata. Per questa attività coinvolgiamo un fotografo professionista e un artista, che aiutano gli studenti a riflettere sulla storia che vogliono raccontare e su come svilupparla.
All’inizio gli studenti sono spesso sorpresi e si chiedono quale sia il collegamento con la ricerca scientifica. Quindi facciamo un momento successivo di debriefing, in cui spieghiamo il valore dell’attività e li invitiamo a riflettere su cosa significhi lavorare al di fuori della propria zona di comfort.»
Non tutto l’apprendimento avviene in contesti prevedibili, bisogna uscire dalla propria zona di confort. Nella formazione che riguarda la medicina traslazionale, le esperienze più significative nascono spesso da situazioni nuove.
«Si trovano in un contesto non familiare, lavorando con persone che spesso non conoscono. Questo li porta a riflettere su come si comportano in un nuovo ambiente e su come affrontano sfide al di fuori dell’abituale contesto accademico.
Chiediamo loro anche di riflettere su cosa possono trasferire da questa esperienza creativa nel progetto principale che svilupperanno come output finale del corso.»
Un elemento distintivo della formazione in medicina traslazionale è il confronto diretto con problemi reali. Non si tratta di esercizi controllati, ma di situazioni aperte, in cui l’incertezza è parte integrante del processo. Confrontarsi con queste sfide richiede sia rigore analitico sia capacità di pensiero creativo. Inoltre, espone gli studenti alla complessità dei processi decisionali che vanno oltre la teoria.
«Gli studenti lavorano su problemi provenienti dalla società o dalla pratica clinica, in particolare su sfide per le quali non esiste ancora una soluzione chiara. Il loro obiettivo è sviluppare idee innovative per rispondere a questi bisogni non soddisfatti.
Ad esempio, un gruppo sta esplorando possibili strategie per superare la barriera emato-encefalica e consentire il rilascio di farmaci nel cervello. Si tratta di temi complessi, che stimolano gli studenti a pensare in modo creativo e a sviluppare nuove prospettive.
Ragazzi e ragazze entrano direttamente in contatto con diversi stakeholder, pazienti, clinici, infermieri, partner industriali, startup ed esperti, per raccogliere punti di vista, chiedere consigli o ottenere feedback sulle loro proposte. Devono anche considerare aspetti pratici, come i possibili finanziatori o le modalità di implementazione delle soluzioni sviluppate.»
Analizzare gli esiti di questi percorsi di formazione nella medicina traslazionale aiuta a comprendere quanto siano efficaci. I risultati non si limitano tanto ai progetti finali, ma riguardano soprattutto il modo in cui gli studenti imparano a pensare e a lavorare. In questo senso, l’impatto è tangibile ma c’è anche un aspetto “meno visibile”. Il risultato arriva nel tempo, attraverso pratica e riflessione.
«Dopo circa quattro mesi, gli studenti presentano le loro idee attraverso un pitch di due minuti, simile a quelli utilizzati in contesti imprenditoriali. Lo presentano a quattro esperti in una sessione ispirata al format televisivo Dragon’s Den, e poi ricevono un riscontro sulla proposta.
Tuttavia, l’output più importante è il portfolio personale, attraverso cui studentesse e studenti riflettono su ciò che hanno imparato e su come si sono sviluppate le loro competenze. Ogni giovane, inoltre, è affiancato da un mentore indipendente che supporta nel processo di riflessione.»
Saper comunicare le proprie idee in modo chiaro è una componente essenziale della medicina traslazionale. Questo diventa particolarmente evidente quando ci si rivolge a pubblici con background diversi. Costruire un messaggio efficace richiede la capacità di selezionare ciò che conta davvero e di trasmetterlo nel modo più adeguato. È una competenza che si sviluppa nel tempo, attraverso pratica e feedback.
«Uno degli errori più frequenti è quello di concentrarsi esclusivamente su ciò che si vuole dire, senza considerare il punto di vista del pubblico. Spesso si forniscono troppe informazioni, invece di selezionare quelle realmente necessarie per comprendere l’idea. In generale, gli elementi fondamentali per un buon pitch sono entusiasmo, fiducia nella propria idea e capacità di persuasione.»
Eventi come l’Early Spring Meeting 2026 lasciano spesso una traccia che va oltre il programma ufficiale. Creano spazio per connessioni inattese e nuovi modi di pensare. Anche brevi scambi possono influenzare il modo in cui i ricercatori affrontano il proprio lavoro. Questa dimensione ispirazionale è difficile da misurare ma molto significativa.
«Ho apprezzato molto la combinazione tra ricerca scientifica e temi più ampi, rilevanti per chiunque sia coinvolto nella ricerca. Anche se non ero esperta in tutti gli ambiti scientifici presentati, ho scoperto nuovi modi di affrontare i problemi.
Tra i numerosi interventi e momenti di confronto, ho trovato particolarmente stimolante quello del Professor Naldini. In generale, credo che l’ispirazione sia uno degli aspetti più preziosi di eventi come questo, e spero di poterla riportare ai miei studenti e colleghi.»
Queste prospettive riflettono anche l’approccio di UniSR, dove la collaborazione interdisciplinare sono elementi centrali nella formazione dei futuri professionisti della ricerca traslazionale.