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Formazione in psiconcologia: perché è fondamentale

Scritto da Team Comunicazione UniSR | Apr 28, 2026 7:53:47 AM

In Italia otto giovani oncologi su dieci mostrano segni di burnout, secondo i dati AIOM del 2025. Il fenomeno non è solo organizzativo: tra le cause principali ci sono la difficoltà nel gestire la comunicazione con pazienti e familiari e la mancanza di strumenti per affrontare il carico emotivo della professione. È qui che la formazione in psiconcologia diventa centrale. Questa disciplina, che integra competenze psicologiche e mediche per comprendere e intervenire sugli aspetti emotivi, relazionali e comportamentali legati alla malattia oncologica, sta ridefinendo il modo in cui si preparano i futuri specialisti. Non si tratta di aggiungere un modulo in più al percorso di studi, ma di ripensare la didattica medica a partire dalla relazione di cura.

Ne parliamo con la Prof.ssa Valentina Di Mattei, Associata di Psicologia Dinamica all'Università Vita-Salute San Raffaele (UniSR), coordinatrice del Servizio di Psicologia Clinica della Salute dell'IRCCS Ospedale San Raffaele e Presidente dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia.

Che cos'è la psiconcologia e perché non può mancare nella formazione dei medici

La psiconcologia è una disciplina che si occupa dell'impatto psicologico della malattia oncologica su pazienti, familiari e operatori sanitari. In Italia la sua tradizione è consolidata: la Società Italiana di Psico-Oncologia (SIPO) è attiva dal 1985 e nel 2019 la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha riconosciuto la figura dello psiconcologo come componente del team multidisciplinare della Rete Oncologica.

Eppure, nella formazione dei medici specialisti questa dimensione resta spesso marginale. La maggior parte dei percorsi di specializzazione in oncologia si concentra (comprensibilmente) su diagnosi, stadiazione, terapie farmacologiche e follow-up. Le competenze psicologiche e relazionali, invece, vengono acquisite per lo più sul campo, spesso senza supervisione.

«La psico-oncologia si occupa del paziente, della famiglia e degli operatori sanitari, con l'obiettivo di migliorare la qualità della vita e sostenere il percorso di cura», spiega la Prof.ssa Di Mattei. È una definizione che fa emergere un perimetro ampio: la formazione in psico-oncologia non serve solo a "parlare meglio" con il paziente, ma a costruire un modello di cura che tenga insieme corpo, mente e contesto relazionale.

La comunicazione della diagnosi oncologica come competenza clinica

Uno dei banchi di prova più concreti per chi si forma in ambito psico-oncologico è la comunicazione della diagnosi di tumore. È un momento che incide in modo documentato sull'aderenza alle terapie, sulla capacità del paziente di elaborare quanto sta accadendo e sul suo benessere psicologico complessivo. Le raccomandazioni AIOM sulla comunicazione in oncologia, aggiornate nel 2023, sottolineano che questa competenza non si acquisisce una volta per tutte durante la formazione di base, ma va coltivata nel tempo attraverso il confronto strutturato con le esperienze reali.

Nella pratica quotidiana, comunicare una diagnosi oncologica significa molto più che trasmettere un referto. Significa calibrare il linguaggio, rispettare i tempi del paziente, gestire le proprie emozioni di medico di fronte alla sofferenza. «È fondamentale creare uno spazio relazionale che permetta al paziente di comprendere, fare domande e iniziare a elaborare quanto comunicato», osserva la Prof.ssa Di Mattei.

Questo tipo di competenza chiama direttamente in causa la psicologia clinica in oncologia: la capacità di leggere le dinamiche che si attivano nella relazione di cura, come difese, transfert, identificazioni, è ciò che distingue un oncologo tecnicamente preparato da un professionista capace di stare nella complessità emotiva del percorso oncologico.

Burnout in oncologia: un problema che si affronta anche con la didattica

I dati sul burnout degli oncologi sono inequivocabili. La survey ESMO condotta su 737 professionisti di 41 Paesi europei ha rilevato segni di burnout nel 71% dei giovani oncologi sotto i 40 anni. In Italia il quadro è ancora più critico: AIOM stima che 8 giovani oncologi su 10 ne siano colpiti, con ansia, demotivazione, riduzione dell'autostima e, nel 25% dei casi, la valutazione concreta di abbandonare la professione.

Le cause sono molteplici (carichi burocratici eccessivi, carenza di personale, pressione sulle tempistiche di lavoro) ma una componente spesso sottovalutata è la mancanza di strumenti per gestire l'impatto emotivo del lavoro. L'esposizione quotidiana alla sofferenza, alla morte e alle decisioni terapeutiche difficili richiede competenze che non si improvvisano.

«La gestione del proprio coinvolgimento emotivo non è un elemento accessorio, ma una competenza clinica a tutti gli effetti», sottolinea la Prof.ssa Di Mattei. La Task Force Resilience di ESMO, nelle sue 11 raccomandazioni pubblicate nel 2024, indica la formazione come uno degli strumenti chiave per contrastare il fenomeno. È qui che la formazione in psico-oncologia mostra il suo valore più concreto: offre spazi di supervisione, lavoro in équipe e confronto strutturato, che aiutano i professionisti a sostenere nel tempo la pratica clinica.

Psicologia dinamica e oncologia: leggere la relazione di cura

Il contributo della psicologia dinamica all'oncologia non si esaurisce nella gestione dello stress. Si tratta di un approccio che permette di comprendere ciò che accade sotto la superficie della relazione medico-paziente: le difese che il paziente attiva di fronte alla diagnosi, i meccanismi di identificazione del medico con la sofferenza dell'altro, le dinamiche familiari che influenzano le scelte terapeutiche.

Nella formazione in psico-oncologia questo si traduce in strumenti concreti: simulazioni cliniche, role playing, supervisione di casi reali. Non si tratta di trasformare l'oncologo in uno psicoterapeuta, ma di fornirgli una competenza di lettura relazionale che rende più efficace il suo lavoro clinico. «Non si apprende soltanto "cosa dire", ma anche "come stare" nella relazione terapeutica, soprattutto quando entrano in gioco emozioni intense», osserva la Prof.ssa Di Mattei.

Questo tipo di formazione permette anche di intercettare precocemente segnali di disagio psicologico nel paziente: ritiro sociale, difficoltà a seguire le terapie, cambiamenti dell'umore. Cogliere questi segnali in tempo permette di attivare un intervento specialistico appropriato, favorendo una presa in carico realmente integrata.

Come cambiano i criteri di qualità delle cure oncologiche

L'attenzione crescente alla dimensione psicologica non è solo una risposta ai bisogni dei professionisti. Riflette un cambiamento più ampio nei criteri con cui si valuta la qualità dell'assistenza. Accanto agli outcome clinici tradizionali (sopravvivenza, risposta al trattamento, tossicità) acquistano peso crescente gli indicatori legati alla qualità della relazione terapeutica e al benessere psicologico del paziente.

«La qualità delle cure non sarà valutata solo in termini di outcome clinici, ma anche di qualità della relazione», afferma la Prof.ssa Di Mattei. È un passaggio che diverse istituzioni stanno già recependo: il Piano Oncologico Nazionale e le linee guida SIPO includono la dimensione psicosociale tra i parametri di una buona pratica oncologica.

Per chi si forma oggi in oncologia, questo significa che la competenza relazionale non è un "di più" da acquisire per sensibilità personale, ma una componente strutturale della professionalità attesa. È anche il motivo per cui la formazione in psiconcologia sta entrando nei criteri di valutazione della preparazione specialistica. Un medico che non sa gestire la comunicazione della diagnosi oncologica, che non riconosce i segnali di disagio psicologico del paziente, che non ha strumenti per proteggere il proprio equilibrio emotivo, è un professionista incompleto — indipendentemente dalla sua preparazione tecnica.

Una formazione che mette in dialogo saperi diversi

La sfida della formazione in psico-oncologia, in ultima analisi, è quella di far dialogare discipline che la tradizione accademica ha tenuto separate. Medicina e psicologia, clinica e relazione, tecnica e ascolto. Investire in questa direzione non significa inseguire una moda, ma rispondere a un bisogno documentato dai dati: professionisti più attrezzati sul piano relazionale sono anche professionisti che curano meglio e che restano più a lungo nella professione.

«La psiconcologia integra competenze psicologiche e mediche per comprendere e intervenire sugli aspetti emotivi, relazionali e comportamentali legati alla malattia oncologica», ricorda la Prof.ssa Di Mattei. È un'integrazione che deve cominciare nella formazione, prima ancora che nella pratica clinica. UniSR, con la presenza della Psicologia Dinamica nel percorso formativo e il Servizio di Psicologia Clinica della Salute dell'IRCCS Ospedale San Raffaele, rappresenta uno dei contesti in cui questo dialogo è già in atto.

Per chi sta scegliendo un percorso di specializzazione o un aggiornamento professionale in ambito oncologico, la domanda oggi non è più se la formazione in psiconcologia sia utile, ma dove trovarla integrata in modo strutturale nel percorso di studi.