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Impatto concreto della ricerca, dalla scoperta scientifica ai pazienti

Scritto da Team Comunicazione UniSR | Mar 23, 2026 11:14:49 AM

Quando si parla di ricerca scientifica, soprattutto in ambito medico, una domanda emerge sempre più spesso nel dibattito pubblico e accademico: come si misura davvero l’impatto concreto della ricerca? Per decenni la risposta è stata relativamente semplice. Il valore del lavoro scientifico veniva valutato soprattutto attraverso indicatori quantitativi come il numero di pubblicazioni o l’impact factor delle riviste.

Negli ultimi anni, però, questo paradigma ha iniziato a mostrare i suoi limiti. Sempre più ricercatori e istituzioni, soprattutto in ambito medico e biotecnologico, sottolineano la necessità di guardare oltre le metriche tradizionali e di interrogarsi sul contributo reale che la ricerca può offrire alla società, ai sistemi sanitari e ai pazienti.

«Per molti anni abbiamo misurato l’impatto della ricerca soprattutto attraverso le pubblicazioni», osserva Berent Prakken, Emeritus Professor of Pediatric Immunology presso l’University Medical Center Utrecht ed Executive Director dell’alleanza universitaria europea CHARM-EU. «Le pubblicazioni, però, hanno soprattutto un impatto sulle carriere dei ricercatori. La società finanzia la ricerca perché produca un impatto reale sui pazienti e sulla comunità».

Proprio questo tema, cioè il passaggio dalla scoperta scientifica all’impatto concreto sulla società e sulla salute delle persone, è stato al centro dell’Early Spring Meeting 2026, l’incontro organizzato all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano in collaborazione con l’Utrecht University e con il network internazionale Eureka Institute for Translational Medicine.

L’iniziativa ha riunito ricercatrici e ricercatori, clinici, docenti e giovani scienziate e scienziati provenienti da diverse discipline per riflettere su un nodo cruciale della scienza contemporanea: come trasformare le scoperte scientifiche in benefici concreti per i pazienti.

L’impatto della ricerca oltre le metriche accademiche

Il dibattito sull’impatto della ricerca non riguarda soltanto le politiche scientifiche o i sistemi di valutazione accademica. Tocca una questione più ampia: il rapporto tra scienza e società. Per molto tempo il successo di uno scienziato è stato associato soprattutto alla produttività scientifica. Oggi sempre più ricercatori sottolineano che il valore della ricerca non può essere ridotto ai soli indicatori bibliometrici.

Una posizione condivisa anche da Gisela Slaats, Assistant Professor presso il Department of Nephrology dell’University Medical Center Utrecht, che studia le malattie genetiche del rene utilizzando modelli sperimentali avanzati. «Per molto tempo l’impatto della ricerca è stato definito dall’impact factor delle riviste scientifiche», spiega. «Personalmente penso che questa definizione sia ormai superata. L’impatto reale è quello che la ricerca ha sulla società o sulla qualità di vita dei pazienti».

Questo cambiamento di prospettiva riflette un’evoluzione più ampia nel modo in cui la comunità scientifica interpreta il proprio ruolo. Se l’obiettivo finale della ricerca è migliorare la salute delle persone, diventa necessario comprendere come nasce realmente una scoperta scientifica e come può trasformarsi in innovazione medica.

Curiosity-driven research, perché la ricerca di base è indispensabile

Nel dibattito pubblico sulla ricerca medica e sulla medicina traslazionale, che porta i risultati scientifici al letto dei pazienti, esiste spesso un equivoco. Si tende a immaginare la ricerca scientifica come un processo lineare, orientato esclusivamente alla soluzione di problemi applicativi. In realtà molte delle scoperte che hanno trasformato la medicina sono nate da ricerche guidate dalla curiosità. È ciò che in ambito scientifico viene definito curiosity-driven research: la ricerca che nasce dal desiderio di comprendere fenomeni biologici o naturali senza necessariamente prevedere in anticipo le applicazioni che potrebbero scaturirne.

«La ricerca di base resta estremamente importante», sottolinea ancora Berent Prakken. «La cosiddetta blue-sky science, la scienza guidata dalla curiosità, è fondamentale. Non dobbiamo pensare che la medicina traslazionale significhi abbandonare la ricerca di base». Un punto ribadito anche da Salvatore Albani, Professor of Medicine and Pediatrics presso la Duke-NUS Medical School di Singapore e tra i promotori delle attività formative dell’Eureka Institute for Translational Medicine.

«Gran parte della ricerca che ha davvero un impatto nasce proprio dalla curiosità ed è per sua stessa natura imprevedibile», osserva Albani. Molte delle innovazioni discusse durante l’UniSR-Utrecht University Early Spring Meeting, dalle nuove strategie di gene editing alle terapie cellulari avanzate, nascono proprio da percorsi di ricerca che attraversano diverse fasi, dalla scoperta di base allo sviluppo di applicazioni cliniche. Tra questi momenti esiste però uno spazio complesso e spesso difficile da attraversare. È proprio qui che entra in gioco la medicina traslazionale.

Medicina traslazionale per costruire ponti tra laboratorio, clinica e società

La medicina traslazionale nasce dall’esigenza di ridurre la distanza tra laboratorio e clinica, collegando il lavoro dei ricercatori di base con le esigenze dei medici e dei pazienti. Ma definire questo campo solo come un passaggio “dal laboratorio al letto del paziente” rischia di essere riduttivo. Secondo Salvatore Albani, la medicina traslazionale è soprattutto un processo collaborativo: «richiede la capacità di lavorare con persone molto diverse tra loro che però condividono lo stesso obiettivo», spiega. «Bisogna essere costruttori di ponti, ma per costruire un ponte bisogna prima capire dove scorre il fiume. La medicina traslazionale non è semplicemente un percorso dal laboratorio al letto del paziente e ritorno. È piuttosto un carosello che ruota attorno al paziente, su cui possono salire ricercatori, clinici, imprenditori e molte altre figure».

L’approccio di cui stiamo parlando richiede competenze diverse da quelle tradizionalmente associate alla ricerca accademica. Non basta possedere solide capacità scientifiche: è necessario sviluppare creatività, capacità di collaborazione e apertura interdisciplinare. Una convinzione condivisa anche da Leopoldo Sitia, Ricercatore Postdoc nella Tumor Biology and Vascular Targeting Unit dell’IRCCS Ospedale San Raffaele. «Chi lavora nella medicina traslazionale deve avere creatività, multidisciplinarità e apertura mentale», osserva Sitia. «Bisogna integrare scienza di base, ricerca preclinica e ricerca clinica mantenendo sempre lo sguardo rivolto al paziente». Collegare discipline diverse significa anche sviluppare una capacità non sempre valorizzata nel mondo accademico: la comunicazione scientifica.

Comunicazione scientifica come competenza chiave della ricerca

Perché una scoperta produca effetti concreti, non basta che venga realizzata in laboratorio. Deve essere compresa, condivisa e integrata in sistemi complessi che coinvolgono istituzioni sanitarie, industria, decisori pubblici e cittadini. In altre parole, la ricerca ha bisogno di comunicazione scientifica. «Un ricercatore non dovrebbe lavorare isolato», osserva Gisela Slaats. «È importante comunicare non solo con altri scienziati, ma anche con rappresentanti dei pazienti, con il mondo dell’impresa e con il pubblico».

In questo contesto la capacità di comunicare diventa parte integrante del lavoro scientifico. «Uno scienziato deve essere allo stesso tempo ricercatore, comunicatore e anche manager», sottolinea il Professor Albani. Il programma dell’Early Spring Meeting riflette proprio questa visione interdisciplinare. Accanto agli interventi su terapia genica, immunoterapia e innovazione biomedica, l’incontro ha incluso sessioni dedicate alla disinformazione scientifica, alla bioetica e alla leadership nella formazione universitaria. Un segnale di come la ricerca medica contemporanea richieda competenze che vanno ben oltre i confini tradizionali delle discipline scientifiche.

Early Spring Eureka: uno spazio di confronto

L’ UniSR-Utrecht University Early Spring Meeting 2026 nasce proprio con l’obiettivo di creare uno spazio di confronto tra queste diverse dimensioni della formazione e della ricerca, e ben si colloca nell’ambito delle attività dell’Eureka Institute for Translational Medicine, una rete internazionale che promuove formazione, collaborazione e leadership nel campo della medicina traslazionale. «Vogliamo rafforzare ulteriormente la collaborazione scientifica e in ambito di formazione tra le università», sottolinea Andrea Salonia, Professore di Urologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, Dean of Studies dell’International MD Program e Direttore dell’Urological Research Institute dell’IRCCS Ospedale San Raffaele.

Secondo Salonia, far parte di una rete internazionale come Eureka rappresenta un’opportunità importante sia per l’università, e quindi per tutti i docenti e gli studenti, che per i ricercatori, poiché è una delle più grandi reti dedicate alla medicina traslazionale in senso lato a livello globale, e ha permesso di costruire ponti tra diversi continenti, dall’Europa agli Stati Uniti e fino all’Asia.

Uno degli aspetti più interessanti dell’incontro è stato il confronto tra ricercatori in diverse fasi della carriera. Studentesse e studenti, giovani scienziate e scienziati, professoresse e professori senior hanno condiviso esperienze, domande e prospettive sul futuro della ricerca, e sul modo di formare al ragionamento scientifico. Per il dott. Sitia, questo tipo di dialogo rappresenta uno degli elementi più preziosi dell’esperienza Eureka. «Questo meeting mette sullo stesso piano studenti, giovani ricercatori e scienziati senior», osserva. «A volte bastano poche parole o un’idea emersa da una conversazione per cambiare il modo in cui guardi al tuo lavoro». È di grande valore che persone provenienti da contesti diversi possano discutere insieme per costruire qualcosa di significativo.

Il prodotto degli ecosistemi scientifici

Il percorso che porta da una scoperta scientifica a un beneficio concreto per i pazienti raramente procede in modo lineare. Richiede tempo, collaborazione e la capacità di mettere in dialogo competenze diverse. La ricerca nasce spesso da domande guidate dalla curiosità, si sviluppa attraverso il lavoro di una comunità scientifica internazionale e diventa rilevante per la società quando riesce a collegarsi con sistemi più ampi di innovazione, cura e comunicazione.

In questo processo l’impatto della ricerca non è il risultato del lavoro di un singolo laboratorio o di una singola disciplina. È il prodotto di ecosistemi scientifici capaci di mettere in relazione ricerca di base, medicina clinica, tecnologia e società.

Eventi come l’UniSR-Utrecht University Early Spring Meeting, nell’alveo dell’EUREKA Institute for translational medicine, mostrano come questi ecosistemi possano prendere forma proprio a partire dal dialogo tra ricercatori, istituzioni e comunità scientifiche internazionali. Negli spazi di confronto i ricercatori medici trova la possibilità di trasformare la conoscenza in qualcosa di più: un impatto concreto della ricerca sulla vita dei pazienti.