Si riduce spesso il tema dell'invecchiamento della popolazione a numeri e statistiche: l'aumento dell'aspettativa di vita, il calo delle nascite, la sostenibilità delle pensioni, la pressione sui sistemi sanitari.
C’è però una domanda che i bilanci pubblici e gli indicatori demografici non formulano mai direttamente: chi ha diritto al futuro?
Ne parliamo insieme ai Proff. Roberta Sala, Roberto Mordacci, Francesca Forlé e Alessandro Volpe, Professori e ricercatori UniSR che hanno partecipato ad Age-It, il Progetto finanziato nell'ambito del PNRR dall'Unione Europea – NextGenerationEU dedicato allo studio dell'invecchiamento della popolazione italiana.
Come sostengono Sala e Forlé, il contributo della riflessione filosofica è di tipo fondazionale. Prima ancora di misurare una disuguaglianza, bisogna stabilire che cosa la renda effettivamente ingiusta: è una discussione di ordine normativo, che parte da un’analisi realistica del mondo. Allo stesso modo, prima di raccogliere dati o costruire indicatori, occorre chiarire quali principi dovrebbero guidare la distribuzione delle risorse e delle opportunità all'interno di una società. Così, la filosofia costruisce il quadro concettuale entro cui i dati acquistano significato.
È a partire da questa prospettiva che l'invecchiamento della società smette di essere soltanto un fenomeno demografico e diventa una questione di giustizia.
Secondo i dati ISTAT, oggi quasi un italiano su quattro ha più di 65 anni e gli ultraottantenni hanno superato quota 4,5 milioni. Per la prima volta, le persone con più di 80 anni sono più numerose dei bambini sotto i 10 anni. Una fotografia che racconta con immediatezza quanto la struttura della popolazione italiana stia cambiando e quanto questa trasformazione sia destinata a incidere sulla vita sociale, economica e politica del Paese.
La prima premessa da fare, per Mordacci e Volpe, è che l'invecchiamento della popolazione riguarda tutti, non solo gli anziani. Riguarda i giovani che entrano oggi nel mercato del lavoro, gli adulti che sostengono il sistema di welfare e persino coloro che non sono ancora nati.
In questo senso, la questione demografica diventa immediatamente politica. Chi beneficia delle risorse pubbliche? Chi prende le decisioni? Chi è rappresentato? E soprattutto: chi rischia di rimanere invisibile?
La riflessione filosofica sulla giustizia invita a fare una distinzione importante. Non tutte le differenze tra generazioni sono necessariamente ingiuste. Giovani e anziani hanno bisogni diversi, e una distribuzione diversa delle risorse può essere perfettamente legittima. Una società che investe maggiormente nella salute degli anziani o nell'istruzione dei giovani non sta automaticamente creando una disuguaglianza iniqua.
La domanda, osservano Sala e Forlé, è un'altra: quelle differenze riflettono bisogni differenti oppure producono vantaggi e svantaggi sistematici per alcune generazioni rispetto ad altre?
Se un giovane oggi dispone di minori opportunità educative, lavorative ed economiche rispetto alle generazioni che lo hanno preceduto, il problema non riguarda soltanto il presente. Gli svantaggi accumulati nelle prime fasi della vita tendono infatti a produrre effetti che si trascinano per decenni, per cui una disuguaglianza iniziale rischia così di trasformarsi in una traiettoria di vita più fragile e precaria.
Da questa prospettiva, l'invecchiamento della popolazione pone una domanda scomoda: le società contemporanee stanno distribuendo opportunità e risorse in modo equilibrato tra le diverse generazioni?
Tra i temi filosofici più urgenti quando si parla di invecchiamento emerge quello della rappresentanza. Ogni generazione prende decisioni che vanno ben oltre il proprio tempo. Costruisce infrastrutture, accumula debiti, consuma risorse naturali, plasma istituzioni destinate a durare decenni. Il problema è che gli effetti di queste scelte spesso ricadono soprattutto su chi verrà dopo.
È da qui che nasce la questione delle generazioni future. Come si tutela chi erediterà le conseguenze delle decisioni di oggi senza aver avuto alcuna possibilità di partecipare al processo che le ha prodotte?
Le persone che nasceranno tra venti, cinquanta o cento anni subiranno le conseguenze delle decisioni prese oggi. Eppure, non possono partecipare ai processi attraverso cui quelle decisioni vengono assunte: non votano, non protestano, non siedono nei parlamenti.
Per Mordacci e Volpe questa non è una questione marginale. È una delle grandi sfide normative del nostro tempo. Una teoria della giustizia che ignori gli interessi di chi non ha voce rischia infatti di tradire il proprio scopo fondamentale: proteggere chi si trova in una posizione di vulnerabilità rispetto ai gruppi più forti e rappresentati.
Da qui deriva il concetto di giustizia intergenerazionale. «Se non si parte da un criterio di eguali diritti di tutti gli esseri umani, presenti e futuri, ogni idea di giustizia non ha letteralmente senso» affermano Mordacci e Volpe.
Sala e Forlé propongono di affrontare la questione da una prospettiva diversa ma complementare. Più che attribuire diritti a persone che ancora non esistono, invitano a chiederci quale società sceglieremmo se non sapessimo in quale generazione nasceremo. Un esercizio mentale che porta a immaginare istituzioni capaci di garantire opportunità sufficienti a chiunque, indipendentemente dal momento storico in cui verrà al mondo.
La questione diventa particolarmente evidente quando si guarda ai sistemi di welfare. Pensioni, sanità e assistenza si fondano su una forma di reciprocità differita: chi lavora oggi sostiene chi è in pensione, confidando che le generazioni successive faranno lo stesso.
Per lungo tempo questo equilibrio è apparso relativamente stabile. Oggi però l'aumento della popolazione anziana e la riduzione di quella attiva stanno mettendo sotto pressione il principio stesso su cui si fondano molti sistemi di protezione sociale.
La domanda non è semplicemente come finanziare il welfare, ma come preservare il patto di solidarietà tra generazioni senza trasferire in modo sproporzionato costi e sacrifici sui più giovani.
Per Sala e Forlé una possibile risposta consiste nel rafforzare i meccanismi redistributivi, tenendo conto non soltanto dell'età ma anche delle differenze economiche e sociali che attraversano ciascuna generazione.
Mordacci e Volpe insistono invece sulla necessità di immaginare trasformazioni più profonde, capaci di ridefinire il rapporto tra welfare, lavoro e giustizia sociale.
In entrambi i casi, il punto resta lo stesso: una società che invecchia è costretta a ripensare il modo in cui distribuisce responsabilità e opportunità tra chi c'è oggi e chi verrà domani.
La questione demografica non si riduce a un problema di bilanci o di sostenibilità pensionistica. Richiede una cornice concettuale che stabilisca quali principi debbano guidare la distribuzione di risorse e opportunità tra chi è qui oggi e chi verrà dopo. È su questo piano che la filosofia entra nelle politiche pubbliche: non come riflessione astratta, ma come strumento per rendere visibili le implicazioni normative di scelte che altrimenti sembrano tecniche.
Age-It, con i suoi undici spoke tematici e 114 milioni di euro di finanziamento PNRR, ha prodotto tra i primi risultati concreti proprio un indice di giustizia intergenerazionale: uno strumento per misurare lo sbilanciamento tra generazioni nei sistemi economici, sociali e politici. È un esempio di come la ricerca sull’invecchiamento stia imparando a interrogarsi non solo su come le persone invecchiano, ma su chi porta il costo di questa trasformazione.