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Potere della parola: cos’è la Poetry Therapy

Scritto da Team Comunicazione UniSR | Apr 29, 2026 8:47:04 AM

C’è un verso di Amelia Rosselli che Antonetta Carrabs ha usato come punto di partenza in alcuni dei suoi laboratori: “C’è come un dolore nella stanza”. Non lo spiega, non lo analizza. Lo lascia lì e aspetta. Spesso, qualcuno risponde.

Il potere della parola è il cuore della Poetry Therapy, o poesia terapeutica. Una precisazione necessaria prima di raccontare meglio come funziona: questo metodo non appartiene alla psicoterapia e non sostituisce nessun percorso clinico. È, come Carrabs stessa lo definisce, «un lavoro con le parole come linguaggio universale della vita interiore». Il suo valore sta nella possibilità di dare nome a ciò che si fatica a dire, non nel trattamento della malattia. Carrabs porta questo metodo da oltre vent’anni in reparti psichiatrici, carceri, RSA, scuole e aule universitarie. Questa primavera è ospite di UniSR nell’ambito di Health Mode On, il progetto PRO-BEN dedicato al benessere degli studenti, per esplorare il verso libero come strumento di alfabetizzazione emotiva.

Come funziona un laboratorio di poesia terapeutica

«Di solito inizio con domande semplici, come “Come state? Cosa avete fatto?”. Nelle risposte dei partecipanti identifico una parola, un’emozione, un’inquietudine, con cui costruisco il verso di partenza», spiega Carrabs. Talvolta il laboratorio prende il via da un verso di un componimento noto, come quello di Rosselli in apertura. Da lì, i partecipanti cominciano a raccontarsi con le proprie parole, senza regole formali.

«Alla fine dell’incontro compongo un testo corale con i contributi di tutti e lo leggo ad alta voce. Le persone si riconoscono in quest’opera collettiva e spesso si meravigliano: “Quello l’ho detto io.” Il testo viene stampato e consegnato perché possano tenerlo con sé. È la loro poesia, anche se l’abbiamo scritta insieme». Nei suoi laboratori, Carrabs si ispira agli insegnamenti del teologo nicaraguense Ernesto Cardenal, che negli anni Ottanta inserì la poesia, nella forma del verso libero, tra i beni essenziali della vita, al pari del pane e dell’acqua. Il verso libero non ha vincoli formali, per esempio non dipende dalla metrica e non chiede competenze letterarie pregresse. Per questo si presta a favorire la libera espressione di sé. «Chiunque può essere un potenziale poeta, se è disposto a dare voce al proprio mondo interiore».

Fu l'ematologo pediatrico Giuseppe Masera, già direttore della clinica pediatrica dell'Università Milano-Bicocca, a portare i laboratori di Cardenal in Italia nel 2006, prima con i bambini dei reparti oncologici, poi, con Carrabs, in contesti sempre più diversi.

Dare voce al dolore col potere della parola

Antonetta Carrabs ha lavorato a lungo nei reparti ospedalieri, in particolare in quello di psichiatria della Clinica Zucchi, dove ha guidato incontri di poesia terapeutica per quasi quattro anni. Di quell’esperienza sceglie di portare solo alcuni frammenti, quelli che le sono rimasti più impressi, come le parole che i ragazzi hanno scritto partendo dal verso di Rosselli.

Qualcuno ha descritto il proprio dolore come “una lampadina che si illumina a intermittenza”. Un altro ha scritto che il suo dolore “non ha un colore, ma ha differenti fosforescenze: blu, viola, verdi”. Una terza persona ha parlato di “un pensiero che tocca e pungola la mia esistenza”. Un’altra ancora ha detto semplicemente: “nel mio piccolo mondo tutto sta bruciando”. Leggere queste parole, anche solo trascritte, è disarmante. Lo ha sottolineato durante l’incontro anche la professoressa Anna Ogliari, associata di psicologia clinica e referente UniSR per il progetto Health Mode On. «Incontrare la sofferenza psichiatrica attraverso la poesia, un canale emotivo completamente diverso da quello clinico, restituisce una morbidezza all’ascolto che a volte, nel lavoro di cura, viene messa da parte di proposito per poter assistere il paziente con sguardo obiettivo».

«Si tratta di riconoscere un potere della parola che, usato fuori dalla clinica e fuori dai protocolli consolidati, può portare a una conoscenza più profonda della persona che si ha di fronte», aggiunge Carrabs. Il dato interessante è che lo staff psichiatrico della Clinica Zucchi ha monitorato l’impatto di questi laboratori attraverso strumenti per la misurazione di ansia e depressione, rilevando una tendenza al miglioramento.

Una systematic review e meta-analisi pubblicata su Psychiatry Research nel 2026, che ha analizzato quindici studi su interventi basati sulla poesia, riporta riduzioni significative nei sintomi di ansia, depressione e stress. Gli stessi autori della meta-analisi, però, sottolineano che le evidenze restano limitate da campioni piccoli e qualità variabile degli studi, e che la poesia può svolgere un ruolo utile come terapia adiuvante (non sostitutiva) nei percorsi di cura psichiatrica. Questa è anche la posizione di Carrabs: «Il mio non è un lavoro che vuole guarire la malattia, ma piuttosto si propone di usare le parole come linguaggio universale della vita interiore», precisa.

Potere della parola come strumento di cura: oltre la fragilità

I laboratori di Carrabs non sono nati solo per i contesti di fragilità, anche se è proprio in questi casi che il loro impatto è più visibile. Lo stesso metodo funziona, con registro e linguaggio diversi, con gli studenti di scienze infermieristiche, con i detenuti del carcere di Monza, con gli anziani di una RSA della Brianza. «Questi ultimi, in particolare, attraverso la poesia corale hanno condiviso ricordi di cortili d’infanzia, primi innamoramenti, esperienze comuni. Da quei racconti è nato un gruppo coeso che prima non esisteva».

Il filo che attraversa tutti questi contesti riconduce sempre al potere della parola, spesso sottovalutato. Le parole possono costruire o ferire, aprire o chiudere porte. Imparare a usarle per dare nome alle proprie emozioni, paure e inquietudini è un modo per abitare meglio il mondo, per stare con sé stessi e con gli altri, più che un esercizio letterario.

«In un momento in cui università, ospedali e istituzioni si interrogano su come integrare la dimensione emotiva nella formazione, sto lavorando a questo in dialogo con psichiatri e filosofi. Insieme stiamo fondando una nuova corrente di pensiero, che vogliamo chiamare Neocurantismo. La vera sfida che ci poniamo con questo nuovo movimento è capire quanti di noi sono davvero disposti a dare spazio alla propria emotività, e a condividerla attraverso la poesia», conclude.