L’impatto psicologico del tumore al seno può manifestarsi prima della diagnosi. Si fa sentire davanti all’invito a effettuare una mammografia di controllo, quando la paura del risultato spinge a rimandare l’esame, e può seguire una donna per tutto il percorso di cura, compreso il modo in cui torna a riconoscersi allo specchio. Molto dipende dalle parole con cui la malattia viene raccontata e dal sostegno di chi le sta accanto.
Il Mese Rosa, che ogni ottobre dedica campagne e iniziative alla prevenzione del tumore al seno, offre l’occasione per affrontare il tema con la Prof.ssa Valentina Di Mattei, Ordinaria di Psicologia Dinamica in Università Vita-Salute San Raffaele, Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia e Coordinatrice del Servizio di Psicologia Clinica e della Salute dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, dove è anche Responsabile del Programma “Salute allo Specchio”.
La metafora della battaglia ricorre spesso nei discorsi sul tumore. Si parla di pazienti che lottano, combattono, vincono o perdono. Può trasmettere energia e determinazione, ma introduce anche un giudizio implicito: se la guarigione coincide con una vittoria, un esito negativo rischia di apparire come la conseguenza di un impegno insufficiente.
«Le parole che utilizziamo non sono neutre. La metafora della “lotta” può essere motivante per alcune persone, ma per altre può diventare un peso: se il tumore è una battaglia, infatti, chi non guarisce rischia implicitamente di essere percepito – o di percepirsi – come qualcuno che non ha combattuto abbastanza», ci racconta la Professoressa Di Mattei.
Anche le rassicurazioni assolute possono produrre un effetto diverso da quello desiderato. Dire “andrà tutto bene” evita di nominare la paura, ma non elimina l’incertezza. Per chi affronta un accertamento, una diagnosi o una terapia, quella promessa può suonare poco credibile e rendere più difficile condividere ciò che prova.
Una comunicazione responsabile non anticipa un esito che nessuno può garantire, ma aiuta la persona a comprendere ciò che sta accadendo e ad affrontare l’incertezza senza sentirsi sola. «Rassicurare non significa promettere che tutto andrà bene, ma riconoscere le paure, offrire informazioni chiare e far sapere alla persona che, qualunque sia l’esito, sarà accompagnata nel percorso».
Una campagna di prevenzione può essere corretta dal punto di vista medico e risultare comunque poco efficace. Le informazioni vengono interpretate attraverso emozioni, esperienze precedenti, percezione del rischio e aspettative personali. Un messaggio molto minaccioso, per esempio, non induce necessariamente ad agire: in alcune persone può provocare evitamento, cioè la tendenza ad allontanarsi da ciò che genera paura, oppure il rifiuto del contenuto.
La psicologia studia proprio il passaggio tra informazione e comportamento. Sapere che uno screening è utile non porta automaticamente a prenotarlo. Nel 2024 la copertura dello screening mammografico in Italia è stata del 50% delle donne a cui è rivolto, con il 62% al Nord e il 34% al Sud, secondo il rapporto I numeri del cancro in Italia 2025 di AIOM. La professoressa commenta così questo dato: «Sapere che un comportamento fa bene alla salute non significa automaticamente metterlo in atto».
Tra la conoscenza e l’azione possono inserirsi il timore del risultato, difficoltà economiche, carichi di cura familiare, problemi organizzativi e barriere culturali. Incide anche l’alfabetizzazione sanitaria, vale a dire la capacità di reperire, comprendere e usare le informazioni necessarie per prendere decisioni sulla propria salute.
Presentare la prevenzione come un semplice dovere individuale trascura questi ostacoli e può colpevolizzare chi ha rimandato un controllo. La responsabilità personale resta rilevante, ma richiede condizioni che consentano di esercitarla: accesso ai programmi, indicazioni chiare, tempi compatibili con la vita quotidiana e comunicazioni comprensibili. «Non basta quindi informare o dire alle persone che cosa dovrebbero fare: occorre comprendere che cosa facilita o rende difficile trasformare quell’informazione in un comportamento concreto», sottolinea Di Mattei.
Il tempo tra un esame clinico e il risultato può essere accompagnato da ansia. Non dipende soltanto dal timore di una diagnosi: l’attesa riduce temporaneamente la sensazione di controllo e lascia aperte più possibilità, che la mente tende a esplorare, anche in modo ripetitivo.
Le modalità di comunicazione dell’esito incidono su questa esperienza. Consultare da soli un documento nel fascicolo sanitario, magari formulato in linguaggio tecnico, è diverso dal discuterlo con un medico. Tempi, canali e procedure variano in base all’esame e alla situazione clinica; quando sono necessari ulteriori accertamenti o una presa in carico tempestiva, possono essere previste modalità specifiche di contatto. Per questo, precisa la professoressa, «la comunicazione del risultato è una parte essenziale del percorso di cura», soprattutto se l’esito è inatteso.
Una quota di preoccupazione durante l’attesa è comprensibile e non deve essere trattata automaticamente come un disturbo. Possono aiutare alcune misure concrete: conservare per quanto possibile le proprie abitudini, evitare ricerche compulsive online e parlare con persone capaci di ascoltare senza minimizzare. Riduce l’incertezza anche sapere quando arriverà il referto, come verrà comunicato e a chi rivolgersi per chiarimenti.
Il supporto psicologico diventa opportuno quando l’ansia persiste o raggiunge un’intensità tale da compromettere il sonno, il lavoro, le relazioni e le attività abituali. Può servire anche quando l’attesa riattiva precedenti esperienze di malattia o condizioni di fragilità.
Non esiste una reazione psicologica universale alla malattia oncologica. La stessa diagnosi può assumere significati differenti a seconda dell’età, della fase della vita, delle relazioni, dei riferimenti culturali e delle esperienze personali. Contano, inoltre, le caratteristiche della malattia e delle cure.
Per una donna giovane possono diventare centrali la fertilità, la sessualità e i progetti affettivi o professionali. Tra il 15 e il 25% delle pazienti con tumore al seno è in premenopausa al momento della diagnosi e circa la metà delle più giovani desidera in seguito una gravidanza, come ricorda una revisione della letteratura firmata, tra gli altri, da Di Mattei e Gaia Perego. In altri momenti della vita emergono preoccupazioni diverse. La cultura e le dinamiche familiari influenzano il modo in cui si nomina la malattia, si comunica una diagnosi e si chiede aiuto.
La personalizzazione dell’intervento psicologico parte da questa pluralità. «Non possiamo occuparci soltanto della diagnosi, ma dobbiamo comprendere che cosa quella diagnosi significa per quella specifica persona e in quel particolare momento della sua vita». Evitare modelli rigidi consente di riconoscere bisogni che una lettura esclusivamente clinica potrebbe lasciare in secondo piano.
Nel tumore al seno, gli effetti delle terapie possono modificare l’immagine corporea e il rapporto con l’intimità. Durante le prime fasi le cure e la sopravvivenza occupano comprensibilmente il centro delle preoccupazioni. Cicatrici, perdita dei capelli, variazioni di peso e altri effetti dei trattamenti, però, incidono sul modo in cui una persona si riconosce e si presenta agli altri.
Il seno può essere associato alla femminilità, alla sessualità o alla maternità, ma questi significati non sono identici per tutte le donne e non vanno presunti. Lo stesso vale per il disagio legato ai mutamenti fisici: ciò che per una persona è marginale può essere molto rilevante per un’altra.
L’esperienza del programma di Salute allo Specchio, di cui la prof.ssa Di Mattei è Responsabile, nasce dalla necessità di accompagnare le donne durante le cure occupandosi del benessere psicologico, dell’immagine di sé e del rapporto con il corpo. Definire questi aspetti “estetici” non significa considerarli superficiali. Possono influire sull’autostima, sulle relazioni e sulla qualità della vita.
Anche la sessualità resta spesso ai margini del discorso pubblico e talvolta del confronto con i professionisti, sebbene possa incidere sulla vita individuale e di coppia. «Curare vuol dire occuparsi non soltanto della malattia, ma anche della persona che deve tornare ad abitare il proprio corpo e la propria vita».
Familiari, partner e amici possono offrire un sostegno decisivo, purché la vicinanza non si trasformi in una prescrizione emotiva. Inviti come “devi essere forte” o “devi pensare positivo” nascono spesso dal desiderio di incoraggiare. Possono però comunicare che paura, tristezza e rabbia siano reazioni inopportune, da nascondere.
Ascoltare significa permettere alla persona di esprimersi senza stabilire in anticipo come dovrebbe affrontare la malattia. Una domanda semplice, ad esempio «“Di che cosa hai bisogno?»”, permette spesso di ottenere risposte concrete e veritiere. In alcuni momenti può servire parlare; in altri, essere accompagnati a una visita, ricevere aiuto nelle attività quotidiane oppure trascorrere del tempo insieme senza continuare a concentrarsi solo sulla diagnosi.
La malattia coinvolge anche la rete affettiva. Paura, stanchezza e senso di impotenza possono riguardare chi presta assistenza. Offrire sostegno ai familiari tutela il loro benessere e, indirettamente, migliora la loro capacità di restare accanto alla persona malata. Uno studio pubblicato nel 2026 sul Journal of Psychosocial Oncology Research and Practice da un gruppo guidato da ricercatrici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore su 40 coppie ha evidenziato che più il partner presenta sintomi ansiosi e depressivi, meno la paziente riesce ad adattare il proprio modo di affrontare la malattia. Il modo in cui la donna vive la propria immagine corporea risulta inoltre legato a come il partner la percepisce.
Tra i giovani, la salute fisica può essere percepita come una questione remota, legata a un’età successiva. La psicologia mostra che un rischio collocato lontano nel tempo tende a incidere meno sulle decisioni presenti. Limitarsi a evocare una possibile malattia futura, dunque, difficilmente è sufficiente.
Per rendere la prevenzione più vicina all’esperienza quotidiana, chi si occupa di comunicarla può collegarla alla conoscenza del proprio corpo, al benessere nel presente e alla possibilità di compiere scelte consapevoli. Scuole e università sono luoghi adatti a sviluppare questa competenza prima che la prevenzione venga associata soltanto alla presenza di sintomi o all’avanzare dell’età.
«Occuparsi della propria salute non significa avere paura di ammalarsi», conclude Di Mattei. Il punto non è mantenere le persone in uno stato di allerta, né attenuare artificialmente il rischio. Un messaggio utile rende comprensibili le azioni che possono essere messe in atto e rafforza la percezione di poter intervenire concretamente sulla propria salute, senza attribuire colpe a chi incontra difficoltà.
AIOM, AIRTUM, Fondazione AIOM, ONS, PASSI, PASSI d’Argento, SIAPeC-IAP. (2025). I numeri del cancro in Italia 2025 (15ª ed.). Roma.
Di Mattei, V. E., Perego, G., Taranto, P., Mazzetti, M., Ferrari, F., Derna, N., Peccatori, F. A., Mangili, G., & Candiani, M. (2023). Psychological issues in breast cancer survivors confronted with motherhood: Literature review and a call to action. Frontiers in Psychology, 14, 1133204. DOI: 10.3389/fpsyg.2023.1133204
Vagnini, D., Acquati, C., & Saita, E. (2026). Body image concerns in breast cancer: An exploratory study on the role of partners’ perceptions and well-being. Journal of Psychosocial Oncology Research and Practice, 8(2). DOI: 10.1097/OR9.0000000000000191