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Virus Bundibugyo: cos'è e perché non esiste ancora un vaccino

Scritto da Team Comunicazione UniSR | Jul 24, 2026 2:50:04 PM

Il nuovo focolaio di virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo ha riportato l'attenzione su una delle specie meno conosciute della famiglia degli ebolavirus. Per la popolazione generale il rischio di diffusione internazionale resta basso, come ribadito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Per la comunità scientifica, però, questo virus rappresenta un banco di prova importante: perché è molto complesso sviluppare vaccini e terapie quando un agente infettivo compare raramente e comporta un numero limitato di casi.

Secondo l'ECDC, al 19 luglio 2026 (dati aggiornati al 18 luglio) la Repubblica Democratica del Congo ha registrato complessivamente 2.344 casi confermati e 930 decessi, con 724 pazienti attualmente ricoverati in isolamento. Nelle 24 ore precedenti si erano registrati 83 nuovi casi confermati. Tra i pazienti positivi al virus Bundibugyo, 466 sono guariti, e l'85,8% dei contatti identificati è sotto sorveglianza attiva nelle province di Ituri, Nord Kivu e Tshopo.

La storia del virus Bundibugyo aiuta a comprendere come vengono orientati gli investimenti nella ricerca sulle malattie infettive emergenti e perché per alcuni virus disponiamo di vaccini e terapie dedicate, mentre per altri siamo ancora privi di trattamenti specifici.

 

Perché il virus Bundibugyo non ha ancora un vaccino

Quando si parla di virus Ebola si tende spesso a immaginare un unico virus. In realtà, la malattia può essere provocata da diverse specie di ebolavirus, che condividono alcune caratteristiche ma presentano differenze biologiche significative. È proprio questa distinzione a spiegare perché i risultati ottenuti contro una specie non siano automaticamente trasferibili alle altre.

«La maggior parte degli investimenti scientifici degli ultimi vent'anni si è concentrata sullo Zaire ebolavirus, responsabile delle epidemie più devastanti, inclusa quella dell'Africa occidentale del 2014-2016 che causò oltre 28.000 casi e più di 11.000 decessi», osserva Antonella Castagna, Professore ordinario di Malattie Infettive all'Università Vita-Salute San Raffaele.

Lo Zaire ebolavirus, infatti, è la specie contro cui sono stati sviluppati i vaccini e gli anticorpi monoclonali oggi disponibili. Il grande numero di casi registrati durante le epidemie ha consentito di raccogliere dati clinici, campioni biologici e informazioni indispensabili per avviare studi sperimentali e trial clinici. La situazione è molto diversa per il Bundibugyo virus.

 

Il numero di casi impatta sulle opportunità di ricerca

Per sviluppare un vaccino non basta una buona idea scientifica. Occorrono campioni biologici, dati clinici raccolti in modo sistematico, studi immunologici e, quando possibile, sperimentazioni condotte durante i focolai. Se un virus provoca poche epidemie e coinvolge un numero limitato di pazienti, costruire questo patrimonio di conoscenze richiede inevitabilmente tempi più lunghi.

«Il Bundibugyo ebola virus (BDBV) è raro rispetto ad altri ebolavirus. Prima dell'attuale focolaio erano stati documentati soltanto pochi focolai significativi: il primo in Uganda nel 2007, con circa 149 casi e un secondo focolaio nella Repubblica Democratica del Congo, nel 2012, con circa 57 casi. Complessivamente, parliamo di poche centinaia di casi in quasi vent'anni. Bundibugyo, inoltre, presenta una letalità mediamente inferiore rispetto allo Zaire ebola virus: mentre quest'ultimo può raggiungere tassi di mortalità del 60-90% in assenza di cure adeguate, per Bundibugyo i dati disponibili indicano una letalità intorno al 30-50%», spiega la Prof.ssa Castagna.

La diversa frequenza con cui questi virus emergono ha avuto conseguenze dirette sulle priorità della ricerca internazionale. Concentrarsi sullo Zaire ebola virus ha permesso di ottenere risultati importanti, ma ha lasciato aperta la questione delle altre specie di ebolavirus, per le quali oggi non esistono ancora strumenti altrettanto efficaci.

 

Perché i farmaci sviluppati contro Ebola non bastano

«Gli anticorpi monoclonali oggi approvati contro Ebola, come quelli sviluppati contro lo Zaire ebola virus, non garantiscono necessariamente la stessa efficacia contro Bundibugyo, perché le diverse specie virali si comportano in modo diverso».

La ricerca sta cercando di superare questo limite. Servono strategie in grado di proteggere contemporaneamente contro virus differenti piuttosto che sviluppare vaccini diversi, specifici per ogni ebola virus.

«La vera sfida oggi è passare da un approccio "virus per virus" a piattaforme vaccinali e terapeutiche in grado di proteggere contro più specie di ebolavirus contemporaneamente» sottolinea la Prof.ssa Castagna.

 

Come è cambiata la sorveglianza epidemiologica

Le epidemie di Ebola degli ultimi vent'anni hanno modificato profondamente il modo in cui vengono individuati e monitorati i nuovi focolai. Se in passato potevano trascorrere settimane, talvolta mesi, prima di identificare con precisione il virus responsabile, oggi la disponibilità di tecnologie diagnostiche più avanzate e di reti di collaborazione internazionale consente una risposta molto più rapida.

«Questo focolaio dimostra che la sorveglianza epidemiologica moderna non consiste semplicemente nel notificare i casi, ma nel costruire una rete capace di reagire rapidamente. L'Uganda e la Repubblica Democratica del Congo rappresentano contesti estremamente complessi. Nelle aree interessate convivono problemi di sicurezza, movimenti transfrontalieri continui, crisi alimentari e accesso limitato ai servizi sanitari. La lezione più importante è che la velocità fa la differenza.»

 

Dal sequenziamento genomico alla condivisione dei dati

Negli ultimi anni il sequenziamento genomico è diventato uno degli strumenti più importanti per la risposta alle epidemie. Identificare rapidamente il patrimonio genetico di un virus permette di confermare la diagnosi, seguire l'evoluzione del focolaio e condividere informazioni con i centri di ricerca internazionali in tempi stretti.

«Oggi possiamo identificare geneticamente un virus in pochi giorni grazie alle tecnologie di sequenziamento che durante le prime epidemie di Ebola non erano disponibili sul campo. Possiamo inoltre condividere dati genomici quasi in tempo reale tra laboratori africani, europei e statunitensi.»

Come spieghiamo anche nell’articolo dedicato al virus Andes, l'esperienza maturata durante la pandemia da COVID-19 ha contribuito ad accelerare questo processo. Molti Paesi hanno rafforzato le proprie reti di laboratorio, ampliato la diagnostica molecolare e consolidato procedure di collaborazione che oggi risultano preziose per affrontare altre malattie infettive emergenti.

 

Un approccio centrato sulla comunità

L'efficacia della risposta a un'epidemia non dipende esclusivamente dagli strumenti diagnostici. La collaborazione delle comunità locali continua a rappresentare uno degli elementi più delicati, soprattutto quando le misure di isolamento o di tracciamento possono entrare in conflitto con abitudini culturali consolidate o alimentare diffidenza verso le istituzioni sanitarie.

«Per questo oggi si parla sempre più spesso di approccio "community-centred": coinvolgere leader locali, operatori sanitari territoriali e associazioni della società civile fin dalle prime fasi della risposta può fare la differenza».

 

Perché l'OMS considera improbabile una diffusione globale

Il 13 luglio 2026 l'OMS ha dichiarato l'epidemia Emergenza di Sanità Pubblica di Rilevanza Internazionale (PHEIC), la terza dichiarazione di questo tipo per l'Ebola nella regione dal 2019. Il 17 luglio il direttore generale dell'OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che si tratta della terza epidemia di Ebola più estesa mai registrata, con una velocità di propagazione superiore a tutte le precedenti. L’epidemia in Uganda comunque sembra conclusa, l'ultimo paziente è stato dimesso dopo la guarigione, e dopo 42 giorni senza nuovi contagi il Paese potrà dichiarare spento il focolaio.

«Le valutazioni del rischio dell'OMS sono basate su modelli che integrano dati epidemiologici, biologici e logistici. Nel caso di Bundibugyo virus, il rischio globale viene considerato molto basso per diversi motivi. Innanzitutto, Ebola non è un virus a trasmissione aerea come il SARS-CoV-2. La trasmissione richiede un contatto diretto con sangue, secrezioni o altri fluidi biologici di persone sintomatiche o decedute. Questo rende la diffusione internazionale molto meno “efficiente”».

 

Dall'emergenza alla preparedness: cosa possiamo imparare

Il nuovo piano congiunto lanciato da OMS e Africa CDC non si limita a finanziare la risposta al focolaio in corso. L'obiettivo è rafforzare in modo stabile la capacità dei sistemi sanitari di affrontare le emergenze future.

«Ritengo che questo piano rappresenti uno dei cambiamenti culturali più importanti della sanità pubblica moderna. Il finanziamento previsto per il periodo giugno-novembre 2026 non è destinato soltanto alla gestione dell'emergenza, ma anche al rafforzamento strutturale dei sistemi sanitari. Le aree di investimento comprendono laboratori, sorveglianza, formazione del personale, prevenzione delle infezioni, logistica, coinvolgimento delle comunità e ricerca clinica. In quest’ottica si parla di preparedness contrapposta alla reazione di fronte all’urgenza» commenta la Prof.ssa Castagna.

 

Una competenza che riguarda i futuri medici

Secondo la professoressa, il concetto di preparedness dovrebbe avere un ruolo sempre più centrale anche nella formazione universitaria.

«Dal punto di vista formativo, credo che anche in Italia sia importante investire maggiormente nella preparedness. In questo contesto è importante formare professionisti capaci non solo nel gestire il percorso diagnostico-terapeutico ma anche preparati da un punto di vista epidemiologico, nella gestione dei dati sanitari, della comunicazione del rischio e della ricerca clinica in emergenza. Investire nella preparazione costa molto meno che gestire una crisi quando è già fuori controllo» conclude Antonella Castagna.