Il virus Andes è l’unico hantavirus per cui, ad oggi, è stata documentata una trasmissione interumana sostenuta. Questa caratteristica lo distingue dagli altri membri della famiglia degli hantavirus e spiega perché il focolaio registrato nell’aprile 2026 a bordo della nave Hondius abbia richiesto una risposta coordinata tra Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) e Ministero della Salute italiano.
Abbiamo parlato dell’hantavirus Andes con Antonella Castagna, Professore Ordinario di Malattie Infettive presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive.
Cos’è l’hantavirus e perché il virus Andes è diverso
Gli hantavirus vengono tradizionalmente distinti in ceppi del “Vecchio Mondo”, diffusi prevalentemente in Europa e Asia, e ceppi del “Nuovo Mondo”, presenti soprattutto nelle Americhe, associati a manifestazioni cliniche differenti.
I ceppi del Vecchio Mondo causano prevalentemente la febbre emorragica con sindrome renale (HFRS), mentre quelli del Nuovo Mondo sono associati alla sindrome polmonare da hantavirus (HPS), caratterizzata da insufficienza respiratoria acuta e da una mortalità che, in alcune casistiche, può superare il 40%.
Il virus Andes appartiene a quest’ultimo gruppo. Come per tutti gli hantavirus, il serbatoio naturale è rappresentato da roditori selvatici: ciascun ceppo è associato a specifiche specie ospiti, elemento che contribuisce alla distribuzione geografica relativamente circoscritta di queste infezioni.
Il virus Andes rappresenta tuttavia un’eccezione rilevante. «Andes è l’unico hantavirus per cui è stata documentata la trasmissione da uomo a uomo», spiega la professoressa Castagna. Negli altri ceppi, l’essere umano è generalmente considerato un “vicolo cieco epidemiologico”: il contagio avviene attraverso l’esposizione a escreti o aerosol contaminati provenienti dai roditori infetti, senza successiva propagazione interumana documentata.
Nel caso del virus Andes, invece, in condizioni di contatto stretto e prolungato, la trasmissione interumana può verificarsi.
Il focolaio della nave Hondius: i numeri e il dato genetico
Secondo i dati disponibili al 18 maggio 2026, il focolaio comprendeva 12 casi complessivi: 9 confermati, 2 probabili e 1 ancora in valutazione. Tre le persone decedute.
Per contestualizzare la portata dell’evento, l’ultima epidemia documentata di virus Andes - verificatasi in Argentina tra il 2018 e il 2019 - aveva coinvolto 34 persone, causando 11 decessi, ed era stata contenuta nell’arco di circa quattro mesi.
Sul piano genetico, il sequenziamento del ceppo isolato da un paziente ricoverato a Zurigo, condotto dal Centro nazionale svizzero per le infezioni virali emergenti insieme agli ospedali universitari di Ginevra, integrando i dati depositati su GenBank (National Institutes of Health statunitensi), avrebbe mostrato una somiglianza del 99% con il ceppo responsabile dell’epidemia argentina del 2018.
Secondo l’ECDC, questo dato suggerisce che il focolaio della Hondius possa essere riconducibile a un singolo lignaggio virale relativamente stabile e che i campioni positivi confermati siano probabilmente collegati a una stessa fonte iniziale di infezione.
La coppia di fotografi che aveva soggiornato in Patagonia - area in cui il virus è endemico nei roditori selvatici - prima dell’imbarco sulla Hondius rappresenta, secondo le ricostruzioni epidemiologiche disponibili, il più probabile punto di introduzione del virus a bordo.
L’ambiente confinato della nave avrebbe potuto favorire la trasmissione interumana. «È un contesto molto particolare», osserva Castagna, «una situazione chiusa in cui gli esseri umani sono a stretto contatto per periodi prolungati». Tuttavia, precisa la professoressa, «l’hantavirus Andes non ha una contagiosità paragonabile a quella di SARS-CoV-2».

[Antonella Castagna, Professore Ordinario di Malattie Infettive presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive]
Come si trasmette il virus Andes: le domande ancora aperte
Diversi aspetti della trasmissione del virus Andes rimangono ancora oggetto di studio. Non è ancora completamente definita l’efficienza della trasmissione per via aerea né il possibile ruolo di soggetti paucisintomatici o asintomatici nella diffusione dell’infezione. «Le evidenze disponibili finora suggeriscono che la trasmissione avvenga prevalentemente in presenza di sintomi», afferma Castagna, «ma questo focolaio potrebbe contribuire a chiarire meglio l’epidemiologia del virus e il rischio clinico reale».
Nei casi secondari documentati, il periodo di incubazione è stato stimato generalmente tra 18 e 23 giorni, con segnalazioni fino a 42 giorni. Per questo motivo, il monitoraggio dei contatti stretti richiede tempi prolungati.
Fine giugno 2026 è stata indicata come una possibile finestra temporale utile per verificare l’eventuale esaurimento del focolaio.
Come si tratta l’hantavirus: terapia di supporto e diagnosi precoce
Attualmente non esistono antivirali specifici approvati contro il virus Andes. Il trattamento è quindi principalmente di supporto e comprende assistenza respiratoria, supporto cardiocircolatorio e gestione intensiva delle complicanze.
«L’obiettivo è sostenere il paziente durante la fase critica dell’infezione», sintetizza Castagna.
In questo contesto, la diagnosi precoce è fondamentale non tanto per avviare una terapia antivirale mirata, quanto per consentire l’attivazione tempestiva delle misure di supporto clinico e delle procedure di isolamento appropriate.
Il Ministero della Salute italiano ha pubblicato indicazioni per la gestione sicura dei campioni biologici - sangue, urine, feci e secrezioni respiratorie - dei pazienti sospetti o confermati, in coordinamento con OMS ed ECDC.
Il virus Andes è classificato nel gruppo 3 degli agenti biologici secondo il D.Lgs. 81/08, categoria che comprende microrganismi in grado di causare malattie gravi nell’uomo e potenzialmente trasmissibili ai lavoratori esposti.
L’Istituto Superiore di Sanità ha documentato, in precedenti focolai, rari casi di trasmissione secondaria in ambito sanitario. Il rischio appare concentrato soprattutto durante procedure che generano aerosol, come intubazione, broncoaspirazione o nebulizzazione.
Per queste situazioni, le indicazioni ministeriali prevedono l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale adeguati, tra cui mascherine FFP2 o FFP3, protezione oculare, doppi guanti e protezione delle mucose.
Una gestione corretta dei campioni biologici è essenziale per ridurre il rischio occupazionale lungo tutta la filiera diagnostica.
Cosa ha cambiato il COVID nella risposta ai virus emergenti
La pandemia da SARS-CoV-2 ha accelerato lo sviluppo di protocolli di sorveglianza, isolamento e coordinamento internazionale per la gestione dei patogeni emergenti.
«Oggi abbiamo maggiore rapidità nel coordinamento tra istituzioni e nella gestione del paziente e del materiale biologico», sottolinea la professoressa Castagna.
Anche sul fronte della ricerca farmacologica, i tempi di sviluppo degli antivirali potrebbero ridursi rispetto al passato. Il remdesivir viene spesso citato come esempio di molecola sviluppata e validata clinicamente in tempi compatibili con un’emergenza sanitaria globale.
Secondo Castagna, inoltre, l’intelligenza artificiale potrebbe diventare un importante acceleratore nella selezione dei candidati farmacologici più promettenti, contribuendo a ottimizzare le fasi iniziali della ricerca e a ridurre il numero di molecole destinate a fallire negli studi avanzati.