L'anatomia patologica è la disciplina medica che, attraverso lo studio delle alterazioni morfologiche di cellule e tessuti causate da una malattia, consente di porre la diagnosi delle malattie e l’identificazione dei bersagli molecolari per poter somministrare terapie mirate. «Come un detective alla ricerca di indizi, l’anatomopatologo scruta i campioni biologici alla ricerca di segni di malattia, al microscopio oppure al video del computer», dice il professor Maurilio Ponzoni, direttore della Scuola di Specializzazione in Anatomia Patologica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele. Abbiamo incontrato Ponzoni per tracciare il profilo dello specialista anatomopatologo e scoprire le opportunità di formazione e ricerca in questo campo.
Dalla diagnosi alla terapia: il lavoro dell’anatomopatologo
La maggior parte dei casi che arrivano al laboratorio di anatomia patologica sono campioni biologici prelevati da persone in attesa di una diagnosi. «Non si tratta solo di individuare la presenza di una malattia: l’anatomopatologo deve anche capire se per quel paziente in particolare possa funzionare la terapia standard, o se ci sia bisogno di approcci alternativi», spiega Ponzoni. Un aiuto importante arriva dalle classificazioni internazionali delle patologie, come quella dei tumori ematologici, per fare un esempio.
Il processo diagnostico parte dall’analisi morfologica al microscopio. Se il quadro è chiaro, l’anatomopatologo si ferma lì. Se invece serve un’indagine più approfondita, si ricorre dapprima all’immunoistochimica, una tecnica che, attraverso l’uso di anticorpi, evidenzia le proteine specificamente espresse da un certo tipo di cellula o tessuto. Se anche con l’immunoistochimica non si raggiunge una diagnosi, si può utilizzare indagini molecolari che ricercano mutazioni associate a diverse patologie o la ricerca di difetti genetici con la FISH- la fluorescent in situ hybridization.
Specializzazione in anatomia patologica: il percorso in UniSR
Lo specializzando in anatomia patologica entra nel vivo dell’attività fin dal primo giorno in UniSR: sempre sotto la guida di patologi esperti, campiona il materiale biologico che arriva dalle sale operatorie e dagli ambulatori, visiona i casi al microscopio insieme ai patologi ulteriormente specializzati in alcune discipline anatomopatologiche (ad es, ematopatologia, patologia gastroenterica, dermatopatologia, uropatologia, neuropatologia, patologia epatica e pancreatica, ecc) e partecipa ai tumor board: questi ultimi «Sono i gruppi multidisciplinari in cui oncologi, radiologi, internisti e patologi discutono insieme la gestione terapeutica del paziente», spiega Ponzoni, che aggiunge: «Qui da noi gli specializzandi inoltre trascorrono un periodo obbligatorio nel laboratorio di patologia molecolare, dove si formano sulle tecniche e sull’interpretazione dei risultati ottenuti da queste ultime ».
Oltre ad affiancare gli strutturati all’indagine istologica al microscopio, le specializzande e gli specializzandi in anatomia patologica acquisiscono dimestichezza con la patologia digitale. Questa consente di visualizzare il preparato istologico sul video del computer, con una qualità dell’immagine sovrapponibile se non superiore al microscopio tradizionale. L’immagine a video viene ottenuta dalla scansione ad alta definizione del vetrino, con la possibilità di poter analizzare le immagini digitale in qualsiasi momento. «Grazie alla patologia digitale, possiamo condividere e discutere casi di malattia in tempo reale anche tra colleghi distanti fisicamente tra loro, e di consultare le immagini da remoto», spiega Ponzoni.
L’anatomia patologica del San Raffaele è ad oggi molto probabilmente l’unica Istituzione di grandi dimensioni in Italia a scansionare la totalità dei propri vetrini istologici: «Parliamo di circa mezzo milione di vetrini l’anno, processati da due scanner attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Dal 2022 a oggi ne sono stati archiviati digitalmente oltre 2 milioni», racconta Ponzoni.

Intelligenza artificiale applicata alla diagnostica
Complementari alla patologia digitale sono i primi passi nell’intelligenza artificiale applicata alla diagnostica; quest’ultima comincerà a far parte del percorso formativo dei prossimi specializzandi già da questo anno. Va sottolineato che gli algoritmi di analisi delle immagini fungono da pathology assistant, strumenti che aiutano il patologo nella diagnosi e nelle indicazioni terapeutiche. «L’uso dell’intelligenza artificiale, soprattutto nelle fasi formative formazione degli specializzandi, non sostituirà nella nostra Unità Operativa lo studio dei vetrini “fisici”, attraverso l’osservazione diretta al microscopio, poiché le informazioni fornite all’intelligenza artificiale presuppongono esperienza diagnostica onde consentire l’uso consapevole dei programmi di IA», sottolinea Ponzoni.
Oltre la clinica: fare ricerca in anatomia patologica
Gli specializzandi UniSR di anatomia patologica sono progressivamente coinvolti anche nelle attività di ricerca della scuola, che ha progetti propri e partecipa a numerosi studi in collaborazione con i laboratori del San Raffaele oltre che con gruppi nazionali e internazionali. In particolare, il reparto di anatomia patologica è dotato di strumentazioni tecnicamente avanzate soprattutto nel campo della spatial biology come il sistema Akoya, che permette di colorare e visualizzare fino a 100 marcatori proteici diversi su un singolo vetrino. Il vantaggio di questa tecnologia è che è possibile visualizzare la colocalizzazione di più marcatori su una singola cellula e vedere dove questa cellula si trova nel contesto del tessuto. Una delle applicazioni più interessanti di questa metodica è lo studio dei tumori in relazione al microambiente che li circondano.
«Un tumore identico dal punto di vista morfologico può infatti mostrare alterazioni molecolari o accompagnarsi a elementi differenti del sistema immunitario del proprio microambiente diversi da paziente a paziente: l’identificazione di tali mutazioni o di biomarcatori è importante per la ricerca di nuovi bersagli terapeutici più precisi. Ad esempio, la biologia spaziale aiuta a individuare un nuovo target specifico per un certo tipo di tumore contro cui sviluppare una immunoterapia mirata», spiega Ponzoni, che collabora, tra gli altri, con i laboratori della professoressa Chiara Bonini, del Professor Matteo Iannacone, del professor Luca Vago e del Dottor Marco De Giovanni, in vari progetti di ematologia, immunologia e altre discipline.
Le esperienze all’estero per i futuri anatomopatologi
Egualmente importante, in aggiunta alle attività sopracitate gli specializzandi sono stimolati a trascorrere parte del proprio iter formativo presso prestigiosi centri internazionali selezionati in base alle inclinazioni individuali. Tra le destinazioni già attivate: Londra, New York, Bordeaux, Berlino e Lione. «Svolgere un periodo all’estero per confrontarsi con realtà molto diverse da quella italiana è una scelta che supportiamo particolarmente, poiché così gli studenti possono consolidare le proprie competenze su patologie specifiche, vedere come si lavora in altre realtà, stabilire collaborazioni interistituzionali e sperimentare esperienze nuove sul piano della propria crescita non solo sul piano professionale».
Curiosità, rigore e visione d’insieme: cosa serve per fare l’anatomopatologo
«Chi vuole fare l’anatomopatologo deve avere una inesauribile curiosità intellettuale ed essere disposto ad aggiornarsi continuamente. Nel nostro lavoro vediamo i casi più diversi e complessi di malattia, con la conseguente necessità di consultare molto spesso la letteratura scientifica. Talvolta, ci imbattiamo in casi ancora poco descritti: è qui che subentra soprattutto il confronto, non solo con altri anatomopatologi, ma anche con altri professionisti della medicina, per arrivare a una conclusione condivisa», dice Ponzoni.
Curiosità, rigore scientifico e umiltà valgono per tutti, specializzandi e specialisti, perché l'unico gap tra un giovane medico e un patologo strutturato è l'esperienza. «Gli specializzandi hanno punti di vista diversi e possono apportare idee innovative poiché offerte da un’angolatura differente. Bisogna sempre ascoltarli, perché le buone idee non necessariamente dipendono dall’età e dall’esperienza», dice Ponzoni.
In UniSR gli specializzandi in anatomia patologica sono inoltre impegnati come mentori dei giovani laureandi; anche questa è una modalità per responsabilizzare gli specializzandi e abituarli, fin da subito, a spiegare il senso e il metodo del proprio lavoro, prima di delegarlo.
«Le possibilità di studiare un tessuto a più livelli di profondità oggi sono numerose, ma la tecnica da sola non basta a porre una diagnosi o a effettuare una buona ricerca. Il nostro lavoro è procedere con osservazioni, confronti, domande, ipotesi e verifiche per raggiungere lo scopo finale», conclude Ponzoni.