One Health e Circular Health sono due paradigmi che ridefiniscono il modo in cui la medicina guarda alla salute: non più come un problema di ospedali e laboratori, ma come una questione sistemica che coinvolge ambiente, economia, società. È la tesi che la professoressa Ilaria Capua, virologa e divulgatrice scientifica di fama internazionale, ha portato al programma di Dottorato Internazionale di Medicina Molecolare di UniSR.
Il tema è stato al centro di un seminario organizzato dai dottorandi e dalle dottorande del programma, al quale Capua è stata invitata per mostrare come dovrà essere l’approccio dei futuri ricercatori e delle future ricercatrici alle sfide di un mondo che cambia velocemente.
Cosa sono One Health e Circular Health: origini e differenze
Per capire cos’è la Circular Health, bisogna partire dalle sue radici, ovvero il paradigma della One Health. Teorizzato negli anni Sessanta del Novecento, questo approccio parte da un’osservazione che sembra ovvia solo a posteriori: la salute umana, quella animale e quella ambientale sono profondamente interconnesse. Nonostante la popolarità di questo concetto, la sua applicazione negli anni si è scontrata con una persistente divisione tra le discipline scientifiche e umanistiche, e una incomunicabilità di fondo tra i e le rappresentanti delle due parti.
«Poi è arrivata la pandemia di COVID-19, che ha reso evidente quanto sia necessario che professionisti e professioniste con background formativi più svariati lavorino insieme per leggere e affrontare la complessità», sottolinea Capua. Una complessità declinata ben oltre la virologia e l’epidemiologia. Il virus ha infatti viaggiato lungo rotte commerciali, ha seguito la mobilità umana, si è insinuato nelle disuguaglianze sociali, ha trovato nella crisi climatica un contesto favorevole per diffondersi.
In questo scenario, pur affondando le proprie radici nel concetto di One Health, la Circular Health vuole essere più inclusiva nell’approccio, puntando a integrare biomedicina, scienze sociali, economia, diritto e comunicazione, per rispondere all’emergenza sanitaria. «Le città in cui viviamo, il cibo che consumiamo, l’aria che respiriamo, la mobilità globale, il cambiamento climatico, la salute mentale, il modo in cui comunichiamo la scienza. Tutto è collegato. Tutto circola», dice la professoressa.
Circular Health: perché ambiente, corpo e società sono la stessa cosa
Per introdurre la sua visione sulla Circular Health, Capua usa la metafora del terrario, un modello in miniatura dell’interconnessione tra fenomeni che avvengono su scala più ampia. «Il terrario è un sistema chiuso, che ha bisogno di manutenzione continua per poter sopravvivere in salute. Come un terrario, anche il nostro pianeta ha confini precisi e non esiste un luogo dove “far sparire” plastica, emissioni o sostanze tossiche prodotti continuamente», ricorda Capua.
Tutto quanto viene immesso nell’ambiente continua a circolare: nei corpi, negli ecosistemi, nelle generazioni. Il tema ambientale e quello sanitario sono aspetti della stessa realtà, osservata a scale diverse.
Antibiotico-resistenza: quando la cura diventa il problema
L’antibiotico-resistenza è il caso più eloquente per capire cosa significhi, sul piano pratico, ragionare in ottica di Circular Health. L’OMS la classifica tra le principali minacce per la salute pubblica globale: nel 2019 ha causato circa 1,27 milioni di morti dirette. Le proiezioni indicano che, se le tendenze attuali dovessero continuare, questa cifra potrebbe superare quella delle morti per cancro entro il 2050.
Come si è arrivati a questo punto? Gli antibiotici vengono usati in modo eccessivo e spesso inappropriato negli esseri umani. Per esempio, sono usati anche per infezioni virali, contro le quali non hanno alcuna efficacia. Sono somministrati anche in campo veterinario a scopo terapeutico. «I residui farmacologici entrano nelle acque reflue, nei fiumi, nel suolo, e lì selezionano batteri sempre più resistenti, che poi tornano lungo la catena alimentare o attraverso la contaminazione ambientale. Il ciclo si chiude sul corpo umano. Nessuna di queste fasi è comprensibile, né risolvibile, soffermandosi solo su una di esse», commenta Capua.
Circular Health in pratica: progetti, Citizen Science e intelligenza artificiale
La Circular Health non è solo un framework concettuale: si traduce in azioni concrete, che vanno dalla formazione ai progetti di Citizen Science, fino alle campagne di comunicazione rivolte ai cittadini. Ne è un esempio L’Antibiotico si cura, progetto coordinato dalla professoressa Capua in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo, che riunisce attorno allo stesso tavolo figure professionali che raramente dialogano tra loro: medici e mediche ospedalieri e di medicina generale, veterinari/e, farmacisti/e, infermieri/e, pediatri/e e agenzie ambientali.
In questo ecosistema di competenze trova spazio anche l’intelligenza artificiale. «Algoritmi che aiutano a identificare nuove molecole terapeutiche, riducendo tempi e costi della ricerca; modelli predittivi sull’andamento di una malattia; programmi che mappano la diffusione della resistenza antibiotica su scala globale», elenca Capua. Applicazioni diverse, accomunate dalla stessa logica: nessuna funziona in isolamento. Usare l’IA in sanità richiede infatti di integrare competenze informatiche e tecnologiche con quelle etiche e giuridiche, esattamente il tipo di ibridazione che la Circular Health mette al centro.
Circular Health e formazione: come abitare la complessità
Ai e alle giovani ricercatori e ricercatrici in sala, Capua ha rivolto un invito diretto: «Smettete di osservare solo il micromondo nel vostro microscopio e iniziate a guardare il quadro generale fuori dal laboratorio». Il paradigma della Circular Health chiede alla comunità medica e di ricerca di saper collocare la malattia nel contesto umano, sociale e culturale in cui nasce. Di saper leggere i comportamenti collettivi, comunicare il rischio in modo efficace, e comprendere l’impatto psicologico delle crisi sanitarie. Di essere, oltre che scienziati, persone capaci di abitare la complessità.
È un profilo che risuona con la formazione in UniSR, dove medicina, filosofia e psicologia condividono un progetto basato su una convinzione radicata: che curare un essere umano richieda di comprenderlo - nei suoi meccanismi biologici, nel suo vissuto psicologico, nella sua dimensione etica.
Bibliografia
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