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Diventare nefrologi: la scuola di specializzazione UniSR

Corsi e Professioni

2 set, 2026

La Scuola di Specializzazione in Nefrologia di UniSR forma specialisti in una delle discipline meno conosciute dagli studenti e anche poco rappresentata nell’immaginario collettivo. Forse perché il rene è percepito come un organo “silenzioso” e perché, durante il corso di laurea, la materia può apparire difficile, densa di concetti complicati da capire e visualizzare.

In realtà, la nefrologia è una disciplina ampia e trasversale: integra fisiologia, medicina interna, urgenza, immunologia, cardiologia, tecnologia, procedure invasive, trapianto e ricerca. È la specialità ideale per chi ama collegare indizi diversi, interpretare quadri complessi e costruire diagnosi ragionate: un approccio clinico quasi “alla Dr House” (che appunto ha anche una specializzazione in nefrologia e malattie infettive), ma fondato sul lavoro di squadra e su una relazione profonda e duratura con il paziente.

«La specializzazione in nefrologia e poi la professione del nefrologo spaziano dalla componente tecnologica della dialisi alla gestione di un paziente cronico, che accompagni per dieci anni in ambulatorio, fino al paziente in terapia intensiva che salvi alle tre di notte. Poche altre branche della medicina hanno questa completezza e richiedono la stessa predisposizione verso il paziente», racconta Chiara Livia Lanzani, direttore della scuola di specializzazione in Nefrologia.

Nella stessa settimana di lavoro, un nefrologo può eseguire una biopsia renale, gestire una seduta di dialisi per un paziente in terapia intensiva cardiochirurgica e discutere con un ginecologo il caso di una gravidanza a rischio per problemi renali. Questa trasversalità è il cuore della disciplina.

 

Una disciplina in evoluzione grazie alla tecnologia

Chi entra nella Scuola si muove al confine tra medicina interna e procedure pratiche: affronta malattie propriamente renali, come le glomerulonefriti, spesso di natura autoimmune o geneticamente determinate, e interviene nei reparti più diversi quando il rene viene coinvolto da infezioni, farmaci, scompenso cardiaco, chirurgia maggiore o malattie sistemiche

«La nefrologia contemporanea sta cambiando. In Inghilterra molti ospedali non sono più organizzati per reparti, ma per intensità di cura, e il nefrologo segue i pazienti ovunque si trovino, non solo nel proprio reparto. È un modello che sta arrivando anche in Italia e che, in parte, stiamo già adottando qui all’Ospedale San Raffaele», dice Lanzani. I reparti di medicina UK in pratica sono suddivisi in bassa intensità, media intensità e poi terapia intensiva sulla base della severità del quadro clinico e della necessità di supporti invasivi e non sulla base della patologia che ha causato il ricovero.

In UniSR il rene è anche al centro di una applicazione pratica dell’AI alla medicina, grazie alla costruzione di un modello che aiuta a predire la recidiva del tumore al rene.

 

Cosa fa la nefrologia in UniSR: la pratica clinica

Gli e le aspiranti nefrologi in UniSR fanno esperienza diretta presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele, che è anche uno dei centri lombardi specializzati nel trapianto di rene. Qui seguono il paziente affetto da malattia renale lungo l’intero percorso di cura: dalla diagnosi alla dialisi, dal trapianto al follow-up post-trapianto.

«Ogni giorno, intorno all’ora di pranzo, strutturati e specializzandi si riuniscono per la consegna, un momento di confronto su tutti i casi in corso in ospedale, che garantisce decisioni terapeutiche condivise e coerenti nel tempo. Questo dialogo tra diverse generazioni di medici spinge ciascuno di noi a riflettere sul proprio modo di lavorare: cosa funziona, cosa no, dove si può migliorare», osserva Lanzani.

La consegna quotidiana è anche una palestra di ragionamento clinico: i casi vengono riletti insieme, le ipotesi messe alla prova e le decisioni condivise. Per uno specializzando significa imparare non soltanto “che cosa fare”, ma soprattutto perché e come farlo. Sono circa 100 i pazienti seguiti in emodialisi all’IRCCS Ospedale San Raffaele. Su scala nazionale, il Registro Italiano Dialisi e Trapianto della Società Italiana di Nefrologia conta circa 42.000 pazienti in dialisi extracorporea e oltre 27.000 con un trapianto di rene attivo: numeri che danno la misura di quanto la nefrologia sia, in Italia, una disciplina di cronicità di massa.

 

Cos’è e come funziona la dialisi

In questo trattamento la funzione di filtrazione del sangue, normalmente svolta dai reni, viene affidata a un macchinario esterno che agisce come un vero e proprio rene artificiale. Per il paziente significa recarsi in ospedale almeno tre volte alla settimana, per tre o quattro ore a seduta: un impegno che incide profondamente sulla quotidianità e che richiede al nefrologo competenze cliniche e tecniche, capacità organizzative, ascolto e profonda continuità nella relazione di cura.

«Per migliorare proprio questi aspetti, al San Raffaele partecipiamo a un progetto che investe nella dialisi peritoneale. Invece della macchina esterna, questa procedura usa il peritoneo, la membrana che riveste gli organi dell’addome, come filtro naturale del sangue. L’obiettivo è rendere la dialisi più accessibile sul territorio. Anche se richiede il supporto di un caregiver, rispetto all’emodialisi classica può essere svolta a domicilio», spiega Lanzani.

La dialisi peritoneale mostra con particolare chiarezza come la nefrologia sia una disciplina tecnologica e profondamente personalizzata. Poiché il trattamento può essere domiciliare, la sua scelta richiede di considerare il grado di autonomia del paziente, il supporto familiare, l’ambiente domestico, le abitudini quotidiane e la possibilità di conciliare la terapia con il lavoro e la vita sociale. Proprio per questo la dialisi peritoneale, oltre alle competenze tecniche, richiede al nefrologo la capacità di costruire un percorso di cura realmente su misura.

 

Terapie e interventi oltre la dialisi

Oltre alla dialisi cronica, gli specializzandi imparano a gestire le terapie sostitutive renali continue utilizzate nei trattamenti intensivi di medicina generale, cardiochirurgica, neurochirurgica e del trapianto di midollo. È qui che la nefrologia incontra l’urgenza: equilibrio acido-base, elettroliti, fluidi e funzione d’organo devono essere interpretati rapidamente e insieme agli altri specialisti.

Prima di intervenire sui pazienti, gli specializzandi possono ovviamente esercitarsi al SimLab di Ateneo. Sul manichino imparano a posizionare i cateteri venosi centrali e, in prospettiva, potranno allenarsi anche sulla dialisi peritoneale e sulla biopsia renale. La simulazione consente di ripetere i gesti, correggere gli errori e arrivare alla gestione diretta del paziente con maggiore sicurezza.

 

La specializzazione in Nefrologia UniSR: un primo anno per orientarsi, poi la personalizzazione

Il primo anno della Scuola è diviso tra reparto, ambulatori e dialisi. Serve a costruire le basi, ma anche a capire quale parte della nefrologia suscita maggiore interesse: la diagnostica delle malattie renali primitive, la dialisi, il trapianto, la terapia intensiva, l’interventistica o la ricerca.

Le lezioni teoriche sono organizzate su due cicli: fisiologia renale, malattie renali primitive e insufficienza renale acuta e cronica nei primi due anni; dialisi e trapianto negli anni successivi. Il percorso pratico alterna reparto, dialisi e trapianto, includendo un periodo intra-rete presso l’ospedale di Cernusco sul Naviglio e un periodo extra-rete, fino a 18 mesi, in Italia o all’estero.

«L’ospedale di Cernusco sul Naviglio è una struttura più piccola dove lo specializzando impara a lavorare in un ambiente con meno risorse, e quindi più sfidante», spiega Lanzani. La varietà dei contesti è un valore formativo: il grande centro insegna la complessità e il lavoro multidisciplinare; una struttura più piccola sviluppa autonomia, capacità di assegnare le priorità e responsabilità decisionale.

 

Fare ricerca in nefrologia: dal laboratorio al letto del paziente

La nefrologia è anche una disciplina di ricerca in rapida evoluzione. Nuovi farmaci hanno cambiato la prognosi di molte malattie renali, mentre genetica, biomarcatori, immunologia e medicina di precisione stanno rendendo sempre più specifiche diagnosi e terapie.

Grazie alla sinergia con l’IRCCS Ospedale San Raffaele, gli specializzandi possono partecipare a studi clinici multicentrici internazionali e a progetti indipendenti sostenuti da bandi ministeriali, regionali e dal PNRR, seguendo l’intero percorso della ricerca: dall’idea alla costruzione dello studio, fino al finanziamento e alla realizzazione.

Il gruppo ha a disposizione un laboratorio dedicato alla genetica e ai biomarcatori delle malattie renali, affiancato da una mouse clinic con modelli murini di ipertensione e malattia renale. I filoni comprendono glomerulonefriti e farmaci biologici, progressione della malattia renale cronica, insufficienza renale acuta, invecchiamento renale e malattie renali geneticamente determinate con particolare attenzione alla malattia del rene policistico.

Chi lo desidera può svolgere un periodo di ricerca all’estero: negli ultimi anni gli specializzandi hanno lavorato negli USA (New York, Rochester in Minnesota presso la Mayo Clinic), a Barcellona, a Tokyo e in altre sedi universitarie europee e non, in base alle collaborazioni del gruppo e agli interessi personali. L’ultimo anno di specialità può inoltre coincidere con il primo anno di un dottorato di ricerca.

«Tengo molto al fatto che i futuri nefrologi imparino a seguire un progetto di ricerca nei quattro anni di specializzazione, anche se poi non lo faranno più nella loro carriera, perché capire cosa significa fare ricerca ti sprona ad avere una visione profonda della malattia. Permette inoltre di leggere criticamente un articolo scientifico e capire così da dove arrivano le linee guida che indirizzano le scelte fatte ogni giorno nella clinica», sottolinea Lanzani.

 

L’identikit del nefrologo dopo la specializzazione: tecnica e umanità

Al termine della Scuola, lo specialista deve conoscere in profondità la fisiologia del rene, saper inquadrare correttamente un paziente con malattia renale e gestire autonomamente i trattamenti dialitici. Da queste basi può costruire un profilo personale che segua le proprie inclinazioni.

Il nefrologo spesso accompagna il paziente per molti anni e lavora in stretta collaborazione con numerosi specialisti e professionisti sanitari, ben oltre la “semplice” gestione di creatinina ed elettroliti. «Uno dei miei maestri, che mi ha iniziato alla disciplina, mi ha fatto capire che il rene è il centro del corpo, da cui dipende strettamente il benessere fisico e mentale della persona», racconta Lanzani.

Seguire a lungo lo stesso paziente in una terapia cronica richiede un’attitudine diversa da quella di molte altre discipline. Il successo, in nefrologia, comprende sia risultati con un impatto immediato sia la guarigione, il rallentare una malattia, evitare una complicanza, preservare anni di funzione renale o rendere sostenibile una terapia complessa.

A chi le chiede, in sintesi, perché consiglierebbe a un neolaureato di scegliere nefrologia, Lanzani risponde così: «perché è una specialità completa, dove servono intuito clinico, ragionamento tecnologia, manualità e umanità. Non ci si annoia mai: il rene sembra silenzioso, ma spesso è proprio quest’organo a raccontare nel dettaglio tutta la storia del paziente».

 

Scritto da

Team Comunicazione UniSR
Team Comunicazione UniSR

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