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PrEP long acting rimborsabile: terapia e ricerca su HIV in UniSR

Ricerca e Innovazione

23 lug, 2026

Nel maggio 2026, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità della PrEP long acting, la profilassi pre-esposizione a lunga durata per prevenire l’infezione da HIV nelle persone che non hanno il virus, ma sono ad alto rischio di esposizione. A differenza della PrEP orale, che richiede l’assunzione quotidiana di una pillola, quella long-acting prevede un’iniezione intramuscolare ogni due mesi in centri ospedalieri specializzati.

«Questo permette di migliorare l’aderenza alla profilassi, oltre che la qualità della vita: non essere costretti a prendere una pillola ogni giorno per proteggersi dal rischio di infezione riduce il carico emotivo sulle persone e contribuisce ad abbattere lo stigma che purtroppo ancora accompagna il tema dell’HIV», dice la prof.ssa Antonella Castagna, Direttrice della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali di Università Vita-Salute San Raffaele. Con lei abbiamo fatto il punto sulle novità e le sfide della ricerca sull’HIV emerse nell’edizione del 2026 del congresso ICAR, l’Italian Conference on AIDS and Antiviral research.

 

Farmaci long acting: cosa sono e come si usano

L’infezione da virus HIV oggi è tenuta sotto controllo grazie ai farmaci antiretrovirali, i quali bloccano la replicazione del virus, abbassandone di conseguenza la concentrazione. I farmaci “classici” contro HIV sono pillole da prendere ogni giorno per via orale.

Il tema che ha dominato l’edizione 2026 di ICAR è quello dei farmaci long acting, che si distinguono dai farmaci tradizionali perché possono essere assunti a distanza di settimane o mesi, invece che quotidianamente. Questo perché vengono iniettati nel muscolo e da lì rilasciati progressivamente in circolo, mantenendo un’azione duratura ed efficace su un tempo più lungo.

Questa categoria di farmaci comprende:

  1. le formulazioni per la profilassi contro l’HIV, rivolta alle persone che non hanno il virus ma presentano un alto rischio di esposizione e infezione;
  2. le formulazioni terapeutiche rivolte alle persone con HIV.

Nel primo caso, la profilassi contro HIV prevede l’iniezione intramuscolare ogni due mesi del farmaco cabotegravir long acting, quello che è appena diventato rimborsabile in Italia grazie ad AIFA. La terapia long acting per l’HIV prevede invece la somministrazione, ogni due mesi, di un’iniezione intramuscolare di cabotegravir e rilpivirina. È indicata come trattamento di mantenimento per le persone con HIV che, grazie a una precedente terapia antiretrovirale orale “classica”, hanno raggiunto una carica virale non rilevabile nel sangue.

«In particolare, la disponibilità dei long acting per la terapia contro HIV sta generando molta discussione», racconta Castagna. «Quando decidiamo di proporre alle persone con l’infezione una terapia di questo tipo, bisogna valutare sia le capacità logistiche e gestionali dei centri che la somministrano, sia le esigenze del singolo». L’infezione da HIV porta infatti con sé uno stigma interiorizzato che le e i pazienti con lunga esposizione alla terapia antiretrovirale hanno spesso assorbito nel tempo. Eliminare la compressa quotidiana va oltre la questione di aderenza terapeutica; per molte persone, può rappresentare un cambiamento profondo nel modo in cui vivono la propria condizione.

Il San Raffaele è tra i campus con l’esperienza più ampia in Italia sul fronte delle terapie long acting e al momento guida due studi prospettici che hanno l’obiettivo finale di migliorarne l’applicazione. Lo studio SCHOOL ART segue tutte le persone che iniziano la terapia long acting per valutarne gli endpoint clinici, cioè i risultati misurabili, e i vantaggi rispetto alla somministrazione tradizionale per via orale. Il secondo è ALADIN, uno studio randomizzato su 100 pazienti: 50 ricevono il farmaco in ospedale, 50 a casa. L’obiettivo è esplorare la gestione domiciliare delle terapie croniche, un modello che potrebbe ridisegnare la gestione dell’infezione ben al di là di quella da HIV.

 

HIV e resistenza antimicrobica: oltre la soppressione virale

Nei centri specializzati, l’infezione da HIV è oggi largamente controllata: il 95% delle persone che convive con il virus mantiene una concentrazione virale così bassa da risultare non rilevabile con i test standard. Un traguardo impensabile fino a pochi decenni fa, ma che allo stesso tempo apre nuove domande cliniche.

La soppressione virale infatti risolve il problema immediato, ma non azzera il rischio. Le persone con HIV presentano un’incidenza di malattie cardiovascolari quasi doppia rispetto alla popolazione generale: il virus è di per sé un fattore di rischio indipendente, che persiste anche in presenza di terapia efficace. Analogamente, il rischio oncologico resta elevato per i tumori correlati a HPV (papillomavirus umano), HHV-8 (herpesvirus umano di tipo 8) ed EBV (virus di Epstein-Barr), motivo per cui lo screening diventa parte integrante della gestione clinica.

Low level viremia: persone multiresistenti

La terza area di attenzione riguarda quel 5% di persone multiresistenti che non raggiunge la soppressione nonostante la terapia antiretrovirale. Questo aspetto è strettamente connesso con la comprensione del fenomeno di low level viremia, cioè la persistenza di basse concentrazioni di virus nel sangue, pur in presenza di trattamento. «Abbiamo pubblicato un position paper su The Lancet HIV, primo autore Tommaso Clemente, specializzando in malattie infettive, in cui definiamo una serie di raccomandazioni per la gestione della low level viremia», dice Castagna.

Questo problema può essere causato, tra gli altri fattori, proprio dalla resistenza del virus ai farmaci antivirali.

Le sfide per chi lavora in infettivologia

La resistenza antimicrobica è una delle più importanti emergenze di salute globale. Si sviluppa quando i batteri, i virus o i funghi evolvono meccanismi per sopravvivere ai farmaci che dovrebbero eliminarli, un processo accelerato dall’uso eccessivo o improprio degli antimicrobici in medicina umana, veterinaria e agricoltura. Il risultato è un numero crescente di infezioni difficili o impossibili da trattare con i farmaci disponibili.

«La gestione della prevenzione e della cura per HIV, la resistenza antimicrobica e i cambiamenti nella distribuzione geografica delle infezioni, strettamente connessi con la crisi climatica in corso queste sono solo alcune delle sfide che come infettivologi e infettivologhe siamo chiamati ad affrontare oggi», conclude Castagna.

Scritto da

Team Comunicazione UniSR
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