Con la chirurgia robotica della prostata l'intervento sul tumore più frequente negli uomini in Europa è diventato più preciso e meno invasivo. Il ritorno alla vita quotidiana è più rapido e l'impatto su continenza e funzione sessuale è minore.
Secondo le stime AIOM-AIRTUM, in Italia si registrano circa 40.000 nuove diagnosi l'anno, con una sopravvivenza a cinque anni del 91%. Alberto Briganti, Professore Ordinario di Urologia in Università Vita-Salute San Raffaele, spiega cosa è cambiato in sala operatoria e quando rivolgersi all'urologo.
Perché usare il robot per la chirurgia della prostata
La prostata è una ghiandola dell’apparato riproduttivo maschile, grande più o meno come una noce e situata sotto la vescica. Circonda il primo tratto dell’uretra e produce parte del liquido seminale. Si trova, quindi, in uno spazio molto angusto che si chiama pelvi: è un organo molto profondo, di difficile accesso, e raggiungerlo è ancora più complesso nei pazienti con un bacino stretto o con obesità. Grazie al robot, invece, il chirurgo lavora da molto vicino. La visione è ingrandita e tridimensionale, e gli strumenti hanno molti gradi di libertà, con movimenti che riproducono quelli del polso umano.
Queste sono le ragioni principali per cui il robot si è affermato nella prostatectomia radicale, cioè l'asportazione chirurgica della prostata. Si tratta di uno dei primi interventi in cui il robot è entrato in sala operatoria. Oggi la chirurgia robotica è l’approccio chirurgico principale.
C'è anche un altro elemento tecnico da considerare. L'intervento si svolge con lo pneumoperitoneo, cioè insufflando gas nell'addome, perché in questo modo gli spazi si aprono e il sanguinamento diminuisce. Prima del robot la prostatectomia comportava perdite ematiche importanti e un recupero più lento. «Oggi i tassi di trasfusione ormai rasentano lo zero. Grazie alla tecnica robotica, che permette magnificazione ottica e un minore stress chirurgico sul paziente, si riesce a fare un intervento più raffinato. Per chi si opera significa tornare prima alle attività di tutti i giorni», sottolinea Briganti, che presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele (OSR) dirige il Robotic Surgical Programme e il Prostate Cancer Research Programme.

Continenza e funzione erettile dopo la prostatectomia robotica
I tempi di recupero delle funzioni corporee dopo una prostatectomia sono il tema che preoccupa di più i pazienti. Più dell'80% degli uomini operati con chirurgia robotica recupera la continenza urinaria entro i primi tre mesi dall'intervento.
La funzione erettile è più complessa da valutare, perché dipende molto dalla situazione prima dell'intervento. Tra i pazienti con ottime condizioni di partenza, secondo i dati raccolti nei grandi centri di riferimento specializzati come OSR, circa il 30-40% la recupera precocemente, entro i primi sei mesi. Per gli altri ci vuole più tempo ma il recupero è possibile soprattutto se si mettono in atto delle terapie riabilitative che migliorano il recupero funzionale a lungo termine. Con la chirurgia tradizionale a cielo aperto, oggi quasi abbandonata, i tempi di recupero erano decisamente più lunghi.
Single port: la chirurgia robotica da un solo accesso
Il robot single port, la frontiera più recente, opera da un'unica piccola incisione al posto dei circa sei accessi previsti in passato. Da un solo accesso escono tre bracci operativi oltre alla telecamera, con la possibilità di aggiungere una porta aggiuntiva per l’assistente al tavolo. È un vantaggio importante.
«Il single port riesce, attraverso un'ulteriore miniaturizzazione, a inserirsi in spazi ancora più piccoli. Serve meno gas per aprire il campo operatorio e alcune zone si raggiungono con meno traumi per i tessuti: l'impatto sul paziente quindi diminuisce ulteriormente», commenta Briganti. Alla base ci sono nuove tecnologie per lo snodo dei bracci, che permettono di muovere più strumenti da un unico ingresso.
Intelligenza artificiale e tumore della prostata: diagnosi più precise
Quando si parla di tumore della prostata, il rapporto tra intelligenza artificiale e diagnosi incide soprattutto sulla qualità degli esami. Nella risonanza magnetica, l'IA aiuta a standardizzare l'acquisizione delle immagini e i referti; nella biopsia permette di indirizzare il prelievo con più precisione verso le zone sospette individuate dagli esami per immagini. Con la PET le immagini diventano più uniformi e più facili da interpretare in modo replicabile, mentre un altro campo di applicazione è la lettura dei vetrini istologici.
«Tutto questo ci permette di diagnosticare con maggiore facilità le patologie, aumentando la riproducibilità dei referti», osserva Briganti. «L'IA entra anche in sala operatoria: modelli di ricostruzione tridimensionale e software di acquisizione delle immagini aiutano a delineare meglio il tumore. In prospettiva, vogliamo arrivare ad eseguire un intervento ancora più rispettoso delle strutture anatomiche».
Il nomogramma per decidere sui linfonodi
Nel corso degli anni il gruppo di Briganti ha sviluppato e perfezionato diversi nomogrammi, strumenti predittivi che calcolano un rischio individuale. Uno di questi stima la probabilità che un paziente con tumore della prostata abbia metastasi nei linfonodi, una delle sedi in cui la malattia può diffondersi.
Il calcolo combina i parametri clinici che caratterizzano la malattia del singolo paziente con i dati di risonanza magnetica e PET. Il risultato è prezioso per orientare i trattamenti chirurgici, perché individua i pazienti che hanno bisogno della rimozione dei linfonodi e quelli per cui si può evitare, quando il rischio di metastasi linfonodali è molto basso.
Diagnosi precoce e tumore della prostata, quando fare la prima visita urologica
La diagnosi precoce del tumore della prostata permette di identificare la malattia nelle fasi iniziali, quando è ancora localizzata e meno aggressiva. In questi casi il trattamento non prevede l’asportazione dell’organo ma un intervento robotico ancora meno invasivo e più preciso.
«Oggi la sfida più grande è culturale, e riguarda tutta la popolazione: il tumore della prostata viene ancora percepito come un problema degli anziani, e di conseguenza come un controllo da fare in età avanzata. Il rischio in effetti cresce con l'età ma la valutazione del rischio di contrarre la patologia nel tempo è importante avvenga in età più giovane», racconta il professore. Secondo i dati diffusi da AIRC è basso prima dei 40 anni, sale dopo i 50, e circa due casi su tre vengono diagnosticati dopo i 65 anni. Con l'invecchiamento della popolazione, la Commissione The Lancet sul tumore della prostata stima che i casi nel mondo passeranno da 1,4 a 2,9 milioni l'anno entro il 2040.
«L’attenzione per la salute maschile e in particolare per la prostata però non dovrebbe attivarsi improvvisamente a 70 anni, ma almeno a 40», dice Briganti. Il modello che si cerca di costruire è quello che le donne attuano da tempo andando dal ginecologo. Servono visite urologiche regolari, anche per gli uomini che stanno bene, dalla quinta decade di vita, ed esami che aiutino a prevedere il rischio di problemi futuri, in particolare analisi del sangue e misurazione del PSA.
Cosa prevedono oggi linee guida e programmi di screening
Le linee guida dell'Associazione Europea di Urologia (EAU) raccomandano di proporre il test del PSA agli uomini dai 50 anni, dopo un colloquio su benefici e rischi. L'età scende a 45 anni in caso di familiarità per tumore della prostata o di origine africana, e a 40 anni per chi è portatore di una mutazione del gene BRCA2. Le stesse linee guida suggeriscono una strategia basata sul primo valore misurato: se si rileva un PSA superiore a 1 ng/mL a 40 anni, è meglio ripetere il controllo ogni due anni.
Nel 2022 il Consiglio dell'Unione europea ha raccomandato agli Stati membri di valutare, in modo graduale, programmi organizzati basati sul PSA, con la risonanza magnetica come esame di secondo livello. La Regione Lombardia, per esempio, ha già avviato un programma di questo tipo.
La chirurgia robotica della prostata ha reso l'intervento più preciso e il recupero più rapido, e dà i risultati migliori quando la malattia viene diagnosticata presto. Per questo già dopo i 40 anni è bene prenotare una visita urologica e chiedere allo specialista quali esami fare e ogni quanto ripeterli. L’urologo può diventare uno dei principali punti di riferimento per gli uomini e guidare i pazienti verso i controlli più opportuni, come fa il ginecologo per le donne.
Bibliografia
- AIOM-AIRTUM, I numeri del cancro in Italia 2024
- AIRC, Tumore della prostata, airc.it
- James N.D. et al., The Lancet Commission on prostate cancer: planning for the surge in cases, The Lancet, 2024
- European Association of Urology, EAU Guidelines on Prostate Cancer, 2025
- Raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea del 9 dicembre 2022 sul rafforzamento della prevenzione attraverso la diagnosi precoce dei tumori
- Regione Lombardia, Screening tumore della prostata, regione.lombardia.it