La morte entra nelle professioni di cura in modi e in momenti diversi. Nei curricula universitari, però, la gestione del lutto raramente trova spazio come tema affrontato in modo diretto. Un gruppo di studentesse e studenti di UniSR ha deciso di proporre ai docenti un momento di confronto sulla morte, e quello che è emerso ha sorpreso anche loro.
«Abbiamo dovuto aggiungere sedie all'ultimo momento», racconta Alberto Carluccio, Presidente del Consiglio degli Studenti UniSR e uno degli organizzatori. «La partecipazione è stata maggiore di quella che ci aspettassimo.» Non è un dettaglio marginale: racconta un bisogno che esiste, anche tra i più giovani.

Una riflessione sulla gestione del lutto
L'evento, promosso da Alberto Carluccio, Presidente del Consiglio degli Studenti UniSR e Carlotta Leoni, Rappresentante della Facoltà di Psicologia, e moderato dalla prof.ssa Anna Ogliari, ha messo attorno allo stesso tavolo tre docenti di tre discipline diverse: la prof.ssa Serena Borroni (psicologia), il prof. Giacomo Monti (medicina e chirurgia) e il prof. Giacomo Petrarca (filosofia). Il tema: come la gestione del lutto, personale e professionale, si intreccia con la pratica di chi lavora ogni giorno a diretto contatto con la sofferenza degli altri.
«Porre domande su un tema come la gestione del lutto è una questione delicata: c'è l'emozione, la vergogna di esporsi davanti a tutti» sottolinea Carluccio. «Per questo il confronto è stato ancora più importante. I relatori, partendo da domande molto ampie, hanno preso ciascuno la propria strada, che si è dimostrata essere quella giusta. Questo ci ha permesso anche di guardare il tema da angolazioni differenti, portate dalle tre facoltà.»

Come il lutto personale influisce sulla pratica clinica
Il prof. Monti, che lavora in un reparto medico dove circa il 35% dei pazienti muore, ha usato una metafora visiva per descrivere ciò che accade quando la propria storia si intreccia con il lavoro clinico e c’è bisogno di non farsi “inghiottire” da una tragedia personale. «È come guardare un'immagine sullo sfondo - ha spiegato - lo sfondo è costituito dall'esperienza personale che uno ha. Ciascuno di noi costruisce in parallelo il proprio sfondo, caratterizzato da una serie di esperienze familiari, personali, relazionali, di cui i lutti fanno parte in senso esteso.»
Lo sfondo non sparisce. Cambia nel tempo, si arricchisce. Quello che si può allenare, e che costituisce, secondo Monti, una componente della maturità clinica, è la capacità di regolare il fuoco. Spostare l'attenzione dalla propria storia personale all'immagine che si ha davanti: al paziente, alla famiglia. Non significa azzerare il vissuto. Significa, nel tempo, imparare a usarlo e integrarlo sul lavoro.
Ridefinire gli obiettivi di cura di fronte alla morte
Questo allenamento è importante anche per operare una ridefinizione degli obiettivi. In contesti dove la guarigione non è sempre possibile, spostare il focus dalla sopravvivenza alla riduzione della sofferenza permette al clinico di mantenere un senso di efficacia persino nelle situazioni più difficili. «La ricostituzione degli obiettivi sembra un concetto estremamente astratto», ha detto Monti, «ma in realtà è qualcosa di molto pratico: spostare le cure dalla guarigione alla riduzione della sofferenza, all'aumento dell'autonomia personale, alla dignità della persona, permette al medico di porsi obiettivi più raggiungibili, anche in condizioni in cui la sopravvivenza non è ottenibile.»
Lutto e lavoro psicologico: quando il dolore personale entra in terapia
La prof.ssa Borroni ha affrontato la questione dalla prospettiva psicologica, introducendo il concetto di disponibilità emotiva: la capacità di fare spazio, nella propria mente, alla mente del paziente. È un requisito fondamentale della relazione terapeutica. Ed è anche uno dei primi aspetti che un lutto personale può compromettere.
«Un lutto chiaramente può renderci, da questo punto di vista, meno disponibili», ha spiegato Borroni. «Il lutto è un fenomeno universale, qualcosa che purtroppo ci riguarda tutti. Ma è anche un percorso altamente individuale, che va rispettato.» La letteratura descrive un processo oscillatorio: momenti di immersione nel dolore, alternati a momenti in cui si riesce a spostare l'attenzione sull'altro. Nella pratica professionale, riconoscere questa oscillazione, e assecondarne il ritmo invece di bloccarlo, è già una forma di gestione del lutto.
C'è poi il rischio opposto: quello dell'identificazione eccessiva con il paziente, quando la storia di chi si ha davanti risuona troppo vicino alla propria. «L'empatia consiste nel riuscire a vivere l'esperienza del paziente, a sentire ciò che sente, a vedere il mondo con i suoi occhi, però con la consapevolezza che quell'esperienza riguarda lui o lei, non noi», ha precisato Borroni. Mantenere questa distinzione è una competenza che si costruisce nel tempo, anche attraverso strumenti come la supervisione tra colleghi.

Perché è difficile parlare di morte con i pazienti
Il prof. Petrarca ha portato sul tema una prospettiva ancora diversa, riflettendo sul linguaggio. Le parole che usiamo per parlare di morte, come “scomparsa”, “lui o lei ci ha lasciati”, “quella persona non c'è più” sono costruite per coprire la morte, per evitare di nominarla. Lo ha illustrato con un ricordo d'infanzia: da bambino, sentendo annunciare in chiesa la “scomparsa” del fratello del vescovo, aveva pensato che l'uomo si fosse perso da qualche parte e ne era rimasto turbato. «La filosofia, da questo punto di vista, si potrebbe dire, è una grande opera di dissimulazione», ha osservato Petrarca. Per i professionisti della cura questa dissimulazione ha conseguenze pratiche: sono spesso loro a dover nominare la morte per la prima volta a un paziente o a una famiglia. Farlo richiede un linguaggio, e una disposizione interiore, che non si improvvisa.
Petrarca ha ricordato come la tradizione filosofica abbia spesso cercato di abbattere la paura della morte razionalizzandola, ma che eliminare la paura, come osservava Franz Rosenzweig dalle trincee della Prima Guerra Mondiale, rischia di togliere anche qualcosa di essenziale al modo in cui si percepisce il mondo. Una posizione diversa viene da Spinoza: non pensare alla morte come negazione, ma alla vita come affermazione.
Vulnerabilità e professioni di cura: il lato umano che non si impara dai libri
A colpire di più gli studenti presenti è stato soprattutto un tema trasversale emerso in tutti e tre gli interventi: ogni relatore ha condiviso una propria esperienza personale. Il dubbio, la fatica, il senso di non essere stati abbastanza di fronte alla sofferenza propria o altrui.
«Mi ha colpito il fatto che sia emersa la vulnerabilità dei professori e delle professoresse: la paura di non sentirsi all'altezza, il timore di aver sbagliato, anche se sono professionisti», ha commentato Carlotta Leoni, una degli organizzatori. «E il fatto che ognuno abbia condiviso una storia privata.»
Scoprire che anche i professori, dopo tanti anni di esercizio della professione e di allenamento possono sentire la fatica e il dubbio, consola?
«Sì», ha risposto Alberto Carluccio. «Indipendentemente dal ruolo, studente o professore, le professioni che andremo a fare sono viste come un punto di riferimento, soprattutto quelle di cura. Però è chiaro che non può essere sempre così, che tutti vivono dei momenti di debolezza. Vedere questo lato umano, renderci conto del fatto che ogni persona è, per definizione, fallibile, ci fa sentire in qualche modo più tranquilli.»
Il riconoscimento che la vulnerabilità non è un limite da superare prima di entrare nella professione ma è una componente strutturale di ogni uomo e ogni donna, è una scoperta importante per chi lavorerà direttamente a contatto con le persone che soffrono.

Un nuovo spazio di ascolto e confronto
L'iniziativa è partita dagli studenti e dalle studentesse. Vale la pena sottolinearlo per ciò che rivela: c'è una domanda reale, tra chi si forma nelle professioni di cura, su temi che i curricula tradizionali non sempre hanno il tempo di toccare, soprattutto non in modo transdisciplinare.
La scelta di coinvolgere tre facoltà è stata, secondo gli stessi organizzatori, la chiave: «Psicologia, medicina e filosofia che dialogano insieme. Spesso si conosce un solo aspetto di un tema, come la morte, magari fisiologico. Qui si è visto tutto insieme.» L’approccio contestuale al corpo, alla mente, al linguaggio rende il tema della gestione del lutto più completo e accessibile.
Questo evento che nasce dagli studenti e dalle studentesse potrebbe essere il primo di una serie.
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