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“Ritardato”, “autistico”, “bipolare” e le altre etichette pericolose

Cultura e società

“Ritardato”, “autistico”, “bipolare” e le altre etichette pericolose

1 feb, 2021

Le parole plasmano le nostre identità, plurali e multiformi. Le etichette con cui individui e gruppi vengono classificati (“uomo” e “donna”, “eterosessuale” e “omosessuale”, “bianco” e “nero”) consentono agli esseri umani di orientarsi nella realtà sociale.

Tuttavia, certe etichette più di altre racchiudono giudizio, derisione, disprezzo, e rappresentano modi per stigmatizzare individui e gruppi, comportamenti o affetti. Espressioni come “terrone”, “negro”, “frocio”, “ritardato”, “handicappato” popolano le nostre interazioni, reali o virtuali, infestano aggressioni verbali e attacchi online, corrompono la discussione civile e lo scontro politico: usate come pietre, si accompagnano a pratiche di discriminazione, fino a fomentare episodi di violenza.

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Qual è il ruolo di tali “etichette”? Perché è diffusa abitudine utilizzarle come insulti? Quali sono le conseguenze sociali di tale atteggiamento stigmatizzante? E soprattutto, come contrastarlo?

 

In questo articolo riflettono con noi la Prof.ssa Claudia Bianchi, Ordinario di Filosofia del linguaggio presso la Facoltà di Filosofia UniSR, Presidente del Corso di Laurea in Filosofia, esperta di questioni teoriche negli ambiti della filosofia analitica del linguaggio, della pragmatica e della filosofia del linguaggio femminista, e il Prof. Roberto Cavallaro, Associato di Psichiatria UNISR, Direttore Unità Operativa Complessa Psichiatria Generale presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele e Presidente Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia.

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Le etichette come strumenti di controllo sociale

“Etichette e definizioni influenzano ciò che gli altri si aspettano da noi, e come gli altri ci tratteranno: se siamo stati categorizzati come donne, gli altri si aspetteranno da noi un certo modo di vestire, di comportarci, di parlare. Le parole ci dicono chi siamo e quello che possiamo diventare; come amare e chi amare” argomenta la Prof.ssa Bianchi.

“Allo stesso tempo ci dicono quello che non siamo e non possiamo diventare; chi non possiamo amare. In questo senso le parole possono essere concepite come strumenti di controllo sociale. Strumenti che tendono a proiettare su di noi stereotipi, a volte rigidi e soffocanti – che hanno il potere di imprigionare o rimpicciolire la nostra unicità, di ridurre la nostra identità a un’unica componente, sia essa il genere, l’orientamento sessuale, l’etnia, una disabilità, una condizione psichica”.

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Lo stigma associato alle malattie mentali

A proposito della condizione psichica, ci mette in guardia il Prof. Cavallaro: “Affibbiare pseudo-diagnosi (“autistico”, “bipolare”, “schizofrenico”…) come insulti o facili svilimenti di comportamenti a patologie mentali è un fenomeno tutt’altro che recente. Le sue origini hanno a che fare:

  • da una parte con l’ancestrale “paura del diverso”, nucleo dello stigma associato alle malattie mentali;

  • dall’altra con la contromisura applicata per tentare di “controllare” la stessa situazione conoscendola: So che quel comportamento è…, per cui nominandolo, anziché abbandonarmi ad uno stupore inquieto davanti all’ignoto, mi sento più sicuro, come se poi avessi un piano conseguente per affrontarlo”.

Nell’era della circolazione velocissima e incontrollata di termini ed informazioni, ma anche di haters e “leoni da tastiera”, anche il lessico tecnico della psicopatologia è stato travasato in quello comune e impropriamente usato per qualificare comportamenti altrui in un “fai da te” dagli esiti insidiosi.

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Le parole possono essere veleno

Sul ruolo delle etichette, riflette la Prof.ssa Bianchi: “Queste hanno innanzitutto la funzione di tracciare una linea di demarcazione fra chi è dentro e chi è fuori dal gruppo: servono cioè a bollare certi individui come fuori dal nostro gruppo, a marcarli come l’altro da noi, a costruire un “noi” e un “loro”.

E svolgono un ruolo nell’essenzializzare le categorie sociali: comunicano cioè un messaggio negativo che sembra riguardare aspetti essenziali dei nostri bersagli, su tratti riconducibili alla loro “natura”, a caratteristiche intrinseche, in alcuni casi biologiche, a loro volta all’origine di differenze morali o culturali. E incitano a condividere una prospettiva negativa su quegli individui, ed eventualmente anche a fare propri comportamenti discriminatori nei loro confronti”.

Le parole possono essere pietre; le parole possono essere un veleno. Nella sua analisi della lingua del Terzo Reich, il filologo Victor Klemperer osserva: “Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi l’effetto tossico” [1].

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Gli effetti tossici dello stigma

“In ambito psicopatologico, etichette elargite quotidianamente online e offline sono usate sempre di più al fine di legittimare giudizi personali – prosegue il Prof. Cavallaro – ostentando un lessico in realtà modesto nella appropriatezza. L’utilizzo di tali termini genera effetti subdoli per diverse ragioni:

  • la forza dello stigma verso i pazienti psichiatrici (deboli, privi di volontà, responsabili dei loro guai o comunque “persi” per la società, secondo comuni declinazioni dello stigma in pregiudizi) accompagna una caratterizzazione negativa, espulsiva, e una connotazione giudicante;

  • la sovraesposizione ad un lessico usato impropriamente può innescare una sorta di assuefazione alla terminologia, danneggiandone l’impatto e l’efficacia quando invece essa va recepita correttamente nel corso di processi delicati quali la prevenzione, la diagnosi e la promozione della cura.

Tutti questi fatti possono contribuire ad allontanare dalle possibilità di cura persone realmente bisognose, anche per problemi facilmente risolvibili in gran parte dei casi, poiché alimentano sentimenti di vergogna rispetto alle diagnosi-etichetta e di sfiducia in una psichiatria banalizzata”.

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Agire per contrastare il linguaggio d’odio

Quali strategie sono dunque appropriate per contrastare questi comportamenti?

Suggerisce la Prof.ssa Bianchi: “Sono molte le strategie di contrasto del linguaggio d’odio a nostra disposizione, strategie che ci impegnano come individui o gruppi, come semplici spettatori o militanti:

  • possiamo criticare e denunciare;

  • argomentare e controbattere;

  • ironizzare e fare del sarcasmo;

  • sostenere e amplificare le lotte in difesa dei diritti civili;

  • dare riconoscimento e valore a identità inconsuete di donne e uomini, e delle loro relazioni.

Soprattutto, di fronte a episodi di hate speech, possiamo scegliere di non restare in silenzio, di non restare indifferenti, di non diventare complici – più o meno consapevoli. Come scrive John Stuart Mill: “Perché i malvagi raggiungano i loro scopi, non c’è bisogno d’altro se non che i buoni rimangano a guardare senza far nulla” [2]”.

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Conclude il Prof. Cavallaro: “In questi casi è utile affidarsi di più ai valori umanistici di diffusione della cultura che a quelli tecnici, riservando ai primi la responsabilità di fare partecipe la società civile dei principali elementi conoscitivi circa la sofferenza psichica per combattere lo stigma e la pericolosa voglia di giudicare utilizzando il lessico della psicopatologia, e agli ultimi ad una divulgazione responsabile e precisa per promuovere la sua cura”.

 

Lo sviluppo di questo processo partecipativo afferisce alla declinazione pratica della "Terza Missione" a cui UniSR dà particolare importanza strategica, con lo sviluppo di iniziative per la società civile realizzate anche attraverso i nostri docenti e studenti.

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References

[1] Klemperer 1947, LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, Firenze, Giuntina, 1998, p. 15

[2] Mill 1867, Inaugural Address Delivered to the University of St. Andrews, London, Longmans, Green, Reader & Dyer, p. 37

Scritto da

Team Comunicazione UniSR
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