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Disinformazione e misinformazione scientifica: tra epistemologia della conoscenza e questioni di bioetica

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23 mar, 2026

Come nasce la disinformazione scientifica e perché oggi rappresenta una sfida importante per la medicina e la ricerca? In un ecosistema informativo sempre più complesso, risultati scientifici, dati clinici e innovazioni biomediche circolano rapidamente nello spazio pubblico, dove possono essere interpretati in modo parziale, semplificato o distorto. Comprendere come si formano e si diffondono queste dinamiche non riguarda solo la comunicazione scientifica, ma anche il modo in cui la conoscenza viene prodotta, trasmessa e applicata nella pratica.

In questo contesto entrano in gioco l’epistemologia e la bioetica, due ambiti di riflessione che analizzano rispettivamente i processi attraverso cui la conoscenza scientifica viene costruita e le implicazioni morali delle decisioni in ambito medico e biomedico. Il dialogo tra filosofia e medicina permette infatti di interpretare non solo i risultati della ricerca scientifica, ma anche le responsabilità che accompagnano la loro applicazione clinica e la loro comunicazione alla società.

All’Università Vita-Salute San Raffaele questo confronto interdisciplinare è al centro di diverse attività di ricerca e formazione, in cui ricerca scientifica, filosofia della scienza e bioetica contribuiscono a interpretare le trasformazioni della medicina contemporanea e le sfide poste dalla disinformazione nel dibattito pubblico.

Disinformazione scientifica e misinformazione: una differenza fondamentale

Comprendere la differenza tra disinformazione scientifica e misinformazione è fondamentale per interpretare correttamente i risultati della ricerca scientifica. La circolazione della conoscenza scientifica avviene oggi in una sfera pubblica particolarmente articolata, in cui informazioni scorrette, interpretazioni parziali o contenuti fuorvianti possono diffondersi con rapidità.

L’epistemologia, la disciplina filosofica che studia la natura, i fondamenti e la trasmissione della conoscenza scientifica, distingue due principali forme di informazione scorretta:

  • disinformazione, ossia la diffusione intenzionale di informazioni false o manipolate con lo scopo di ingannare;
  • misinformazione, cioè la diffusione di informazioni errate senza l’intenzione di ingannare, spesso dovuta a incomprensioni o interpretazioni scorrette.

La riflessione epistemologica consente di analizzare i meccanismi attraverso cui la conoscenza scientifica circola nella società e di promuovere pratiche di comunicazione più trasparenti, soprattutto in ambiti complessi come la medicina, dove dati e risultati possono risultare difficili da interpretare per chi non possiede competenze tecniche specifiche.

Il ruolo dei bias cognitivi nella diffusione di informazioni scorrette

Anche i bias cognitivi, ossia le distorsioni nei processi di interpretazione delle informazioni, svolgono un ruolo importante: possono infatti contribuire a rafforzare convinzioni errate promuovendo la disinfomazione scientifica e la misinformazione. Un esempio concreto riguarda l’uso degli antibiotici per trattare l’influenza. Nonostante sia noto che questi farmaci non siano efficaci contro l’influenza, molti pazienti che ne sono affetti percepiscono un senso di sollievo dopo averli assunti, arrivando talvolta a credere che il miglioramento dipenda dal farmaco. In realtà, questa “illusione di guarire” è spesso il frutto di diversi bias cognitivi, che possono favorire la diffusione e il consolidamento di pratiche inappropriate e convinzioni errate.

Comprendere i meccanismi di disinformazione, misinformazione e bias cognitivi non significa soltanto classificare errori o inganni: significa anche interpretare con maggiore consapevolezza i risultati della ricerca scientifica e le loro possibili ricadute sociali.

In questo contesto nasce LabDisinformazione.it, l’osservatorio UniSR dedicato allo studio della disinformazione digitale, coordinato dal professor Carlo Martini, Associato di Epistemologia e Filosofia della Scienza UniSR. Il progetto, primo in Italia nel suo genere, mira a promuovere la cittadinanza digitale tra i giovani ed è disponibile gratuitamente per le scuole secondarie di secondo grado.

Quando la ricerca diventa pratica clinica: le domande della bioetica

Accanto alle evidenze scientifiche, misurabili e verificabili, la ricerca solleva interrogativi su come questi risultati possano essere tradotti nella pratica e su quali ricadute abbiano sulla vita delle persone. Quando le conoscenze prodotte dalla scienza entrano nel contesto clinico emergono infatti nuove questioni: da un lato l’impatto sui pazienti, dall’altro le scelte che i medici sono chiamati a compiere nel processo decisionale.

In questo ambito si colloca la bioetica, il campo di studi che analizza, tra le altre cose, le implicazioni morali delle scelte in medicina. Qui andiamo oltre la misinformazione o la disinformazione scientifica. La bioetica mostra come la riflessione filosofica possa dialogare con il dibattito scientifico, offrendo strumenti per valutare responsabilità, rischi e conseguenze delle pratiche biomediche.

La tutela dei partecipanti agli studi clinici, le implicazioni delle scelte sperimentali e la gestione dei rischi richiedono regole ben definite e condivise. Così, nel corso del Novecento, sono stati elaborati alcuni documenti fondamentali che hanno contribuito a definire i principi della ricerca clinica:

 
  • Codice di Norimberga (1947). IIntroduce il principio del consenso informato e stabiliscela centralità della tutela dei partecipanti alla ricerca;
  • Dichiarazione di Helsinki (1964). Definisce le linee guida internazionali per la ricerca medica condotta su esseri umani;
  • Rapporto Belmont (1979). Individua tre principi fondamentali per la ricerca clinica, cioè il rispetto per le persone, la beneficenza e la giustizia.

 

La riflessione filosofica prende in considerazione anche le diverse fasi del processo scientifico, generalmente distinte in ricerca di laboratorio, ricerca traslazionale e ricerca clinica.

Ricerca traslazionale e clinica: responsabilità e bioetica nella sperimentazione

È importante sottolineare che la distinzione tra ricerca traslazionale e ricerca clinica non riguarda soltanto il percorso di approvazione di un trattamento o di un dispositivo medico, ma coinvolge anche questioni specifiche di responsabilità e sicurezza. La ricerca traslazionale mira, infatti, a trasformare i risultati ottenuti in laboratorio in applicazioni cliniche. In questa fase è essenziale garantire che le innovazioni producano benefici concreti per i pazienti, nel rispetto degli standard di sicurezza richiesti dalla pratica medica.

Tra le questioni più rilevanti emergono:

  • la tutela dei partecipanti negli studi first-in-human, in cui un nuovo trattamento viene somministrato per la prima volta a esseri umani;
  • la necessità di un consenso informato realmente comprensibile, che eviti la therapeutic misconception, cioè la convinzione che la sperimentazione sia una terapia progettata direttamente per il beneficio del paziente;
  • l’uso del placebo, guidato dal principio di clinical equipoise, secondo cui uno studio è eticamente accettabile solo se esiste una reale incertezza su quale trattamento sia migliore;
  • la protezione della privacy dei dati, in particolare di quelli genetici;
  • una compensazione equa per i volontari degli studi di fase I, evitando incentivi che possano indurre a sottovalutare i rischi.

Early Spring Meeting 2026: ricerca, industria e riflessione filosofica nella medicina traslazionale

I temi di questo articolo sono stati al centro dell’intervento del professor Massimo Reichlin, Preside della Facoltà di Filosofia UniSR e Ordinario di Filosofia Morale, durante l’Early Spring Meeting 2026, che si è svolto il 5 e 6 marzo presso la nostra Università.

L’incontro, organizzato insieme all’Università di Utrecht in collaborazione con l’Eureka Institute for Translational Medicine, ha riunito ricercatori internazionali per discutere le sfide della medicina traslazionale e il passaggio dalle scoperte di laboratorio alle applicazioni cliniche.

Nel corso delle due giornate sono state presentate diverse prospettive scientifiche e professionali, con interventi che hanno messo in luce anche il passaggio tra mondo accademico e industriale, evidenziando le opportunità e le difficoltà legate alla trasformazione della ricerca in applicazioni concrete.

L’incontro ha promosso una riflessione interdisciplinare in linea con lo spirito dell’Ateneo, mettendo in dialogo medicina, psicologia e filosofia, discipline coinvolte sul dibattito che riguarda disinformazione scientifica e misinformazione. In questo contesto è emersa anche una questione più ampia: comprendere le trasformazioni della medicina contemporanea richiede strumenti che superano i confini di una singola disciplina.

Per questo motivo, per chi si occupa oggi di filosofia, diventa sempre più importante confrontarsi con il linguaggio, i metodi e i problemi della medicina e delle scienze della vita, così da interpretarne con maggiore consapevolezza le implicazioni etiche, antropologiche e sociali.

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Domande Frequenti su Disinformazione e Misinformazione

Qual è la differenza tra disinformazione e misinformazione?

La disinformazione consiste nella diffusione intenzionale di informazioni false o manipolate con lo scopo di ingannare. La misinformazione, invece, riguarda la diffusione di informazioni errate senza un intento deliberato di inganno, spesso dovuta a incomprensioni, interpretazioni parziali o semplificazioni dei dati scientifici.

Che cos’è la disinformazione scientifica?

La disinformazione scientifica si verifica quando dati, risultati di ricerca o informazioni mediche vengono diffusi in modo distorto o manipolato. Questo fenomeno può influenzare la percezione pubblica della scienza e della medicina, contribuendo alla diffusione di convinzioni errate su trattamenti, farmaci o rischi sanitari.

Perché la disinformazione è un problema per la medicina?

La disinformazione può influenzare il modo in cui le persone interpretano le informazioni sanitarie e prendono decisioni sulla propria salute. In ambito medico può favorire la diffusione di pratiche inefficaci o inappropriate e compromettere la fiducia nei confronti della ricerca scientifica e delle istituzioni sanitarie.

Che cosa sono i bias cognitivi nella comunicazione scientifica?

I bias cognitivi sono distorsioni sistematiche nel modo in cui le persone interpretano le informazioni. In ambito scientifico possono influenzare la percezione delle informazioni e favorire la diffusione di convinzioni errate. Un esempio frequente riguarda l’uso degli antibiotici per l’influenza: anche se non sono efficaci contro i virus, alcuni pazienti possono attribuire il miglioramento al farmaco, rafforzando così una convinzione sbagliata.

Qual è il ruolo della bioetica nella ricerca scientifica?

La bioetica analizza le implicazioni morali delle decisioni in medicina e nelle scienze della vita. In particolare, si occupa di questioni come la tutela dei partecipanti agli studi clinici, il consenso informato, la gestione dei rischi e la protezione dei dati personali nella ricerca biomedica.

Scritto da

Team Comunicazione UniSR
Team Comunicazione UniSR

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