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Counterspeech e discorso d’odio online: il progetto ACTION

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2 apr, 2026

Il discorso d’odio online può essere contrastato con le parole? Il counterspeech, la pratica di rispondere a contenuti tossici o discriminatori per indebolirne l’effetto, è una delle strategie più discusse. Ma funziona davvero? E se sì, a quali condizioni? Insulti razziali, attacchi espliciti, ma anche forme sottili e quotidiane di pregiudizio: navigare il web è diventato un percorso a ostacoli fatto di odio, esclusione sociale e discriminazione. Per riassumerlo in una sola espressione, stiamo parlando di linguaggio tossico, a cui miliardi di utenti sono esposti ogni giorno.

Spesso difficile da riconoscere, il discorso d’odio online è pervasivo sulle piattaforme social. Nel tempo può erodere la partecipazione democratica, le libertà civili e la dignità delle persone, in particolare di gruppi già discriminati e sottorappresentati. «Le parole sono molto più di semplici veicoli di informazione. Diffondono valori che influenzano la nostra visione del mondo. Le parole possono avere il potere di indebolire la nostra fiducia, la nostra dignità e il nostro mondo emotivo», spiega Bianca Cepollaro, professoressa associata di Filosofia del Linguaggio presso l’Università Vita-Salute San Raffaele (UniSR).

Laureata in Filosofia, con un dottorato in Linguistica e Filosofia ottenuto congiuntamente dall’Università di Pisa e dall’École Normale Supérieure di Parigi, Cepollaro è tra i vincitori del bando FIS (Fondo Italiano per la Scienza), il programma di finanziamento del Ministero dell’Università e della Ricerca che sostiene la ricerca di base ispirandosi al modello degli ERC europei.

Il suo progetto, ACTION (Advancing Counterspeech against Toxic Interactions Online), mette insieme Filosofia del Linguaggio, Filosofia Morale e Politica, Informatica e Psicologia Sociale per costruire un modello di counterspeech basato su evidenze empiriche: strategie pensate per reagire in modo efficace al linguaggio tossico online.

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Perché le strategie di counterspeech esistenti non hanno basi empiriche

«Esistono già raccomandazioni sul counterspeech da parte di istituzioni, attivisti e ONG. Queste linee guida sono preziose, attente e ben intenzionate, ma la loro efficacia nel ridurre il linguaggio tossico non è mai stata testata empiricamente», spiega la professoressa Cepollaro. Molti ricercatori hanno evidenziato i limiti della censura, ma definire un intervento di counterspeech “efficace” è altrettanto problematico. Gli obiettivi possibili, far cambiare idea a chi usa linguaggio tossico, sostenere la vittima, proteggere chi osserva, richiedono interventi diversi a seconda del contesto, dell’esperienza personale e delle circostanze.

Un dato preliminare del progetto ACTION illustra il divario tra intuizione ed evidenza. Il senso comune suggerisce che rispondere con umorismo al linguaggio d’odio sia un modo efficace e leggero per contrastare il pregiudizio. Eppure, un’analisi condotta su un corpus Twitter di 1.000 coppie linguaggio tossico/counterspeech indica che l’uso dell’ironia nelle risposte aumenta la percezione di ostilità, rischiando di rafforzare la polarizzazione e le reazioni negative.

«Questo solleva due questioni cruciali: come adattare il counterspeech a bisogni, contesti e situazioni diversi, dato che il senso comune non è necessariamente la guida migliore? E come testare l’efficacia del counterspeech caso per caso? Per rispondere, occorre prima costruire una tassonomia chiara sia del discorso tossico sia delle strategie di counterspeech, definendo al contempo una nozione più ampia di tossicità», precisa Cepollaro.

Come funziona il progetto ACTION: dalla filosofia del linguaggio agli esperimenti comportamentali

Il progetto ACTION affronta il problema in tre fasi, ciascuna con un’integrazione disciplinare specifica. Nella prima fase, il gruppo di ricerca combinerà gli strumenti della filosofia del linguaggio e dell’informatica per raccogliere, annotare e analizzare ampi dataset di discorso d’odio/tossico e risposte, in italiano e in inglese, provenienti da piattaforme come Facebook e X, dove il linguaggio modella in modo significativo le norme sociali implicite. L’etica filosofica e la teoria politica forniranno poi il quadro normativo: dove, quando e come intervenire. Il risultato sarà un modello preliminare che indica le risposte di counterspeech più appropriate in base al tipo di discorso tossico incontrato.

Nella seconda fase, il modello sarà validato attraverso due serie di studi in psicologia e informatica. Esperimenti comportamentali derivati dalla psicologia sociale misureranno come il toolkit proposto influenza atteggiamenti individuali, empatia e pregiudizio. Esperimenti in informatica tracceranno l’evoluzione delle discussioni online dopo l’intervento su thread reali, misurando l’efficacia a livello collettivo.

«In sostanza, vogliamo offrire alle persone un toolkit di parole, frasi e discorsi empiricamente validato per reagire in modo efficace al linguaggio tossico online», spiega Cepollaro. La terza e ultima fase prevede la produzione di linee guida e policy open-source basate sul modello validato, rese disponibili per l’applicazione pratica ogni volta che ci si confronta con il linguaggio d’odio.

Dalle evidenze all’impatto: counterspeech e linguaggio d’odio oltre le buone intenzioni

«Con ACTION puntiamo a spostare la lotta al linguaggio tossico dalle buone intenzioni alle evidenze solide, testando rigorosamente le strategie teoriche rispetto a risultati psicologici e sociali reali. L’obiettivo è rendere internet un luogo più sano per tutti: istituzioni, comunicatori e cittadini», conclude la professoressa Cepollaro.

L’ambizione del progetto sta nell’integrazione di discipline che raramente lavorano insieme a questo livello: la filosofia del linguaggio fornisce il quadro analitico per classificare come opera il discorso d’odio; l’informatica mette a disposizione gli strumenti per elaborare dati su larga scala dalle piattaforme reali; la psicologia sociale verifica se gli interventi proposti cambiano davvero atteggiamenti e comportamenti. Se il modello regge potrà orientare le policy delle piattaforme, i programmi educativi e le iniziative civiche con qualcosa che alla maggior parte delle linee guida attuali manca: una validazione empirica. 

Scritto da

Team Comunicazione UniSR
Team Comunicazione UniSR

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