ARTICOLI

Gestire il tempo all’università: metodi che funzionano

Vita da studente

21 mag, 2026

Gestire il tempo è una di quelle competenze che in università, spesso, si danno per acquisite. Si parte dal presupposto che studentesse e studenti, concluse le scuole secondarie, sappiano organizzare in autonomia lo studio, distribuire il carico di lavoro e tenere testa a più scadenze senza caricarsi eccessivamente di stress. Secondo una meta-analisi pubblicata su Psychological Bulletin, che ha esaminato oltre 600 ricerche sul tema, circa tre quarti degli studenti universitari, invece, si considerano procrastinatori, e almeno la metà rimanda gli impegni accademici in modo sistematico e problematico. Non è una questione di pigrizia o di scarsa motivazione. È un meccanismo cognitivo ed emotivo ben documentato, che può essere compreso e modificato.

La ricerca in psicologia dell’apprendimento degli ultimi vent’anni ha chiarito che chi sviluppa strategie efficaci per organizzare lo studio non ottiene solo risultati migliori: riporta livelli di ansia significativamente più bassi e una percezione più solida delle proprie capacità.

Lo stress da esami non deriva dal troppo studio

Molti studenti attribuiscono lo stress da esami al volume di materiale da preparare. La ricerca suggerisce una causa diversa: non è quanto si studia, ma come viene distribuito nel tempo. Il carico cognitivo percepito — la sensazione di avere troppo da fare e troppo poco tempo — dipende in larga misura dall’assenza di una organizzazione strutturata, non dalla quantità oggettiva di lavoro.

L’università introduce una discontinuità rispetto alle scuole secondarie che non è solo contenutistica. Cambia la densità degli impegni, cambia la frequenza dei test e la responsabilità che deriva dall’obbligo di autodeterminarsi. Chi arriva al primo anno con strumenti di gestione del tempo sviluppati per un contesto diverso si trova spesso spiazzato. Non perché sia meno capace, ma perché sta usando strumenti non adeguati.

Una meta-analisi pubblicata nel 2021 su PLOS ONE (Aeon, Faber e Panaccio) ha documentato che chi sviluppa strategie efficaci per gestire il tempo non solo ottiene risultati accademici superiori, ma dichiara un benessere psicologico più alto. Ci si potrebbe aspettare che pianificare di più significhi più pressione. Accade, invece, il contrario: la struttura riduce l’incertezza, e l’incertezza è uno dei principali generatori di ansia.

Procrastinazione nello studio: cos’è davvero

La procrastinazione nello studio è tra i principali ostacoli a chi vuole gestire il tempo in modo efficace. Non nasce dalla pigrizia: è una risposta emotiva a compiti percepiti come minacciosi: per la loro difficoltà, la loro vaghezza, o le implicazioni che hanno sull’autostima. Quando uno studente rimanda lo studio di un capitolo complesso, il cervello non sta scegliendo il riposo: sta scegliendo il sollievo immediato dall’ansia anticipatoria. Il problema è che quel sollievo è temporaneo, e lascia invariato il compito, mentre il tempo diminuisce e la mole di lavoro aumenta.

La ricerca individua due profili principali di procrastinatori. Il primo è il procrastinatore ansioso: rimanda per paura di fallire, per perfezionismo, timore del giudizio. Il secondo è il procrastinatore da scarsa regolazione: non gestisce le distrazioni, risponde agli stimoli immediati — notifiche, social, richieste degli altri — senza filtrarli in base all’importanza. Entrambi producono lo stesso risultato, ma le cause e le soluzioni sono diverse.

Questa distinzione è rilevante perché spiega come mai i consigli generici sulla produttività spesso non funzionano.

Matrice di Eisenhower: separare l’urgente dall’importante

Prima di qualsiasi tecnica pratica, c’è una distinzione concettuale che cambia il modo in cui si organizza la giornata. Urgente e importante non sono sinonimi, anche se si tende a usarli come tali. Qualcosa è urgente quando richiede attenzione immediata. È importante quando contribuisce agli obiettivi a lungo termine. Le due dimensioni si sovrappongono solo in parte.

La ricerca pubblicata sul Journal of Consumer Research ha documentato che le persone tendono sistematicamente a scegliere i compiti urgenti rispetto a quelli importanti, anche quando questi ultimi hanno un valore oggettivamente maggiore. È un bias cognitivo, non una scelta razionale. L’urgenza crea una pressione psicologica che l’importanza da sola non produce.

Questo principio è alla base della cosiddetta matrice di Eisenhower, uno strumento di prioritizzazione che divide le attività in quattro quadranti in base alle due dimensioni, ed è particolarmente utile per chi studia in università, dove le scadenze sono multiple e distribuite nel tempo.

Applicare la matrice allo studio universitario

Il primo quadrante raccoglie ciò che è urgente e importante: l’esame dopodomani, la consegna della tesina per il giorno seguente, la lezione di gruppo a cui bisogna arrivare preparati. Queste attività non si rimandano.

Il secondo quadrante, importante ma non urgente, è il cuore del lavoro di uno studente universitario: lo studio continuativo, la revisione periodica, la preparazione distribuita nel tempo. Ma anche il riposo intenzionale — dormire bene, fare esercizio fisico, ricaricarsi — appartiene a questo quadrante. Sono attività che contribuiscono alle prestazioni a lungo termine ma non hanno una scadenza imminente. La letteratura sulla gestione del tempo le classifica esplicitamente come "cura di sé e benessere personale": importanti, non urgenti, e per questo le prime a essere sacrificate sotto pressione.

Il terzo quadrante contiene ciò che è urgente ma non importante: messaggi a cui rispondere, favori richiesti dai compagni, interruzioni varie. Queste attività creano l’illusione di produttività senza contribuire alla preparazione. Il quarto quadrante, né urgente né importante, include le distrazioni vere e proprie: lo scroll passivo sui social, i contenuti consumati senza scopo. La differenza rispetto al riposo del secondo quadrante è sostanziale: il riposo consapevole rigenera le risorse cognitive; la distrazione passiva le esaurisce.

L’obiettivo non è eliminare i quadranti tre e quattro, ma rendere consapevole la scelta di dove si sta investendo il proprio tempo — e distinguere il riposo che ricarica da quello che procrastina.

Come organizzare lo studio universitario: metodi supportati dalla ricerca

Le tecniche di gestione del tempo che seguono non sono consigli empirici. Ciascuna affonda le radici nella psicologia dell’apprendimento e nella regolazione cognitiva.

Il time blocking è uno strumento per chi vuole gestire il tempo in modo strutturato: prevede di assegnare blocchi dedicati a categorie specifiche di attività, invece di studiare a oltranza senza pianificazione. Gli interventi focalizzati sulla pratica del time management, e non solo sulla sua conoscenza teorica, producono miglioramenti significativi nei risultati d’esame. Il motivo è cognitivo: sapere in anticipo cosa si farà in un determinato blocco di tempo elimina il problema di organizzarsi momento per momento, che è una delle principali fonti di procrastinazione.

2-gestire-il-tempo

Sessioni di studio frammentate

La tecnica Pomodoro organizza lo studio in sessioni da 25 minuti seguite da una pausa breve. Funziona perché abbassa la soglia di ingresso: studio per 25 minuti è psicologicamente meno minaccioso di studio tutto il capitolo. Per chi tende a procrastinare perché il compito appare troppo pesante, frammentarlo riduce l’attivazione emotiva negativa che blocca la partenza. La letteratura sulla Terapia Cognitivo-Comportamentale, un approccio terapeutico strutturato che lavora sul legame tra pensieri disfunzionali e comportamenti di evitamento, indica la frammentazione del compito come una delle strategie più efficaci per ridurre la procrastinazione. Un trial randomizzato controllato pubblicato su Behavior Therapy ha documentato effetti di grande entità sia per la CBT individuale (Cohen’s d = 1,29) sia per quella di gruppo (d = 1,24) su studenti con procrastinazione severa.

Guardare al calendario da un altro punto di vista

La pianificazione a ritroso inverte la logica del calendario: invece di partire da oggi e procedere verso la scadenza, si parte dalla scadenza e si costruisce il piano di studio. Questo approccio è più efficace perché rende visibile la struttura reale del tempo disponibile, che l’ottimismo cognitivo tende a sopravvalutare. Chi pianifica in avanti spesso non riesce a smettere di procrastinare perché il futuro sembra sempre abbastanza lontano. Chi pianifica all’indietro vede subito quanto tempo manca.

Strategie cognitive per i momenti di sovraccarico

Anche con un piano ben strutturato, ci sono momenti in cui la pressione supera la capacità di rispondere con metodo. È una condizione normale, non un segnale di fallimento, e riconoscerla è già il primo passo. La ricerca in psicologia cognitiva identifica tre livelli di intervento che si possono attivare in sequenza, dal più immediato al più strutturato.

Il primo livello riguarda il pensiero. Quando la percezione del carico diventa schiacciante, il meccanismo più efficace non è ignorarla ma riformularla: ricordare che non tutto deve essere perfetto, spostare l’attenzione da ciò che resta da fare a ciò che è già stato fatto, sostituire il non finirò mai con faccio il prossimo passo. Non si tratta di ottimismo forzato: è una tecnica di regolazione cognitiva documentata nella letteratura sulla gestione dello stress accademico, che interrompe il loop di pensieri negativi prima che si consolidino.

Il secondo livello riguarda il ritmo. Una pausa breve come una camminata, qualche minuto di musica, qualche esercizio di stretching, non è tempo sottratto allo studio: è un intervento fisiologico che abbassa il livello di attivazione del sistema nervoso e ripristina la capacità di concentrazione. Le ricerche sulle pause cognitive mostrano che sessioni di studio senza interruzioni producono rendimenti decrescenti già dopo 40–50 minuti: la pausa non interrompe il lavoro, lo sostiene.

Mai trascurare il riposo

Il terzo livello riguarda il corpo. Sonno, idratazione e alimentazione non sono variabili di contorno: sono precondizioni della funzione cognitiva. Uno studio pubblicato su Nature and Science of Sleep ha documentato che la privazione parziale del sonno riduce le prestazioni di memoria e attenzione in misura paragonabile alla mancanza totale di sonno per 24 ore. Quando la gestione del tempo inizia dalla mattina con quattro ore di riposo, il problema non è il metodo di studio: è a monte. Tecniche di radicamento nel presente, come la respirazione diaframmatica, completano questo livello, aiutando a uscire dalla ruminazione e a recuperare una percezione più nitida della situazione reale.

Quando la difficoltà a gestire il tempo segnala qualcosa di più

C’è una differenza tra avere difficoltà a organizzare lo studio, cosa normale, risolvibile con metodo, e il fatto di trovarsi in uno stato di blocco persistente che le tecniche da sole non possono sciogliere. Quando la procrastinazione è cronica, quando l’ansia da esame interferisce con il sonno o con la vita quotidiana, se la mancanza di concentrazione è costante, è importante chiedere aiuto a uno specialista.

Alcune di queste difficoltà hanno radici ben precise. Il perfezionismo “socialmente prescritto” — la percezione di dover soddisfare standard elevati imposti dagli altri — è correlato alla procrastinazione accademica, secondo recenti filoni di ricerca. E i sintomi non diagnosticati di ADHD si manifestano spesso per la prima volta in modo evidente all’università, quando la struttura esterna della scuola superiore non è più lì a compensare le difficoltà di autoregolazione.

UniSR offre un servizio di counseling a disposizione degli studenti, pensato per supportare chi attraversa momenti di difficoltà lungo il percorso accademico. Non è uno sportello per le sole situazioni di crisi: è uno spazio per capire, con un professionista, quando la fatica che si sta vivendo ha bisogno di più di un metodo di studio.

Gestire il tempo un passo alla volta

Gestire il tempo non è una dote innata e non basta scaricare un’app. È una competenza che si costruisce con strumenti verificati, attraverso la capacità di riconoscere i propri pattern, e sapendo che non tutti i blocchi si risolvono con la disciplina. Chi sviluppa queste strategie per organizzare lo studio universitario ottiene risultati migliori e riporta livelli di benessere più alti. Il punto di partenza non deve essere ambizioso. Basta scegliere uno strumento, provarlo per una settimana, osservare cosa cambia.

Bibliografia

  • Steel, P. (2007). https://psycnet.apa.org/doiLanding?doi=10.1037%2F0033-2909.133.1.65
  • Aeon et al. (2021). https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0245066
  • Meng Zu et al. (2018) https://academic.oup.com/jcr/articleabstract/45/3/673/4847790?redirectedFrom=fulltext&login=false
  • Rozental et al. (2018) https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0005789417300898?via%3Dihub
  • Sommantico et al. (2024). https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0005789417300898?via%3Dihub
  • Hans P.A. Van Dongen et al. https://academic.oup.com/sleep/article-abstract/26/2/117/2709164?redirectedFrom=fulltext

Scritto da

Team Comunicazione UniSR
Team Comunicazione UniSR

Grazie al contributo delle diverse componenti del team, il Servizio Marketing e Comunicazione UniSR cura le molteplici aree di comunicazione di Ateneo: scouting delle notizie, realizzazione di news, audio e video, organizzazione di eventi, gestione del sito web e social media istituzionali, redazione e pubblicazione di newsletter, supporto alle relazioni istituzionali. Il Servizio si relaziona con tutti i principali stakeholders (studenti, docenti, personale tecnico e amministrativo, comunità della ricerca, territorio) al fine di supportare e potenziale la comunicazione (interna ed esterna) delle iniziative relative a didattica, ricerca e terza missione.

Vai alla scheda dell'autore

Iscriviti alla newsletter

Lascia i tuoi dati per restare aggiornato su news ed eventi