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Specializzazione in anestesia e rianimazione: cosa aspettarsi tra clinica e ricerca

Vita da studente

20 apr, 2026

La specializzazione in anestesia e rianimazione è uno dei percorsi più trasversali della medicina: abbraccia ogni branca clinica e chirurgica, dalla terapia intensiva alla gestione delle emergenze, dalla rianimazione alla terapia del dolore, fino alla camera iperbarica. Per capire cosa significa davvero formarsi in questa disciplina — e cosa distingue il percorso UniSR — abbiamo incontrato il Professor Giovanni Landoni, direttore della Scuola di Specializzazione in Anestesia, Rianimazione, Terapia intensiva e del Dolore presso l'Università Vita-Salute San Raffaele.

Il profilo dell'anestesista rianimatore: sapere e saper fare

Secondo il Prof Landoni, due sono gli ingredienti che formano professioniste e professionisti dell’anestesia e della rianimazione.

Il primo è una conoscenza profonda del corpo umano, necessaria per gestire in tempi estremamente rapidi il numero enorme di emergenze che accadono ogni giorno in un grande ospedale. Il secondo è una straordinaria capacità manuale: l'anestesista rianimatore non deve solo sapere, ma deve saper eseguire procedure complesse senza margine di incertezza.

«Siamo chiamati in continuazione, da ogni angolo dell'ospedale, a eseguire manovre, come accessi vascolari e interventi di rianimazione, che non ammettono incertezze e che spesso fanno la differenza per la vita delle persone», sottolinea Landoni.

Imparare a fare anestesia e rianimazione: dalla simulazione alla sala operatoria

Per entrare subito nel vivo di quanto li attenderà nei cinque anni successivi, già nelle prime due settimane di Scuola, i nuovi specializzandi UniSR seguono un crash course introduttivo, durante il quale si esercitano a gestire simulazioni di interventi ed emergenze. Usano i manichini e i simulatori negli ambienti del SimLab di Ateneo, che riproducono fedelmente le caratteristiche della sala operatoria e della terapia intensiva.

Nei primi sei mesi ogni studente viene affiancato da un tutor dedicato, di cui segue orari, abitudini, e insegnamenti sul campo, anche in sala operatoria. «Sei in un ambiente protetto dove una persona si ricorda cosa ti ha insegnato, cosa ti ha detto, cosa ti ha chiesto di studiare. Questo rapporto 1:1 tra junior e senior lascia un’impronta sulla tua formazione che dura per tutta la vita» commenta Landoni.

Il contesto in cui avviene questa formazione non è secondario. Il San Raffaele è il primo ospedale chirurgico in Italia: un volume operatorio tale da permettere di assegnare un solo specializzando a ogni sala operatoria, garantendo una formazione diretta su casi reali. Chirurgia del pancreas, per la quale il San Raffaele è il secondo centro in Italia per volume, chirurgia dell'esofago, cardiochirurgia con sei interventi al giorno su tre sale, chirurgia vascolare open, toracica, neurochirurgia: un panorama clinico difficile da trovare altrove per un i giovani e le giovani in formazione.

Completano il percorso le lezioni frontali settimanali: un pomeriggio libero dall'attività clinica, dedicato agli argomenti distintivi della specializzazione, con i migliori esperti dell'ospedale, metà anestesisti-rianimatori, metà specialisti di altre discipline.

Fare ricerca in anestesia e rianimazione

Gli specializzandi in anestesia e rianimazione al San Raffaele non si limitano alla pratica clinica. In linea con l'identità del campus, dove alla clinica si affianca una ricca attività di ricerca traslazionale, la produzione scientifica è parte integrante del percorso.

«Sono oltre 150 le nostre pubblicazioni di ricerca che ogni anno appaiono su riviste indicizzate. Questa non è un'attività riservata solo ai senior: tutti gli specializzandi arrivano alla fine dei cinque anni con almeno una pubblicazione internazionale che porta il loro nome e quelli particolarmente volonterosi e appassionati hanno la possibilità di avere numerose pubblicazioni, anche con primo nome», dice ancora Landoni.

Le domande di ricerca nascono dalla trasversalità stessa della specialità: protezione degli organi, arresto cardiaco, sostegno meccanico alla circolazione. Il filo conduttore è uno: capire come aiutare gli organi a sopravvivere a un insulto, che si tratti di un evento patologico o di un intervento chirurgico.

La scoperta pubblicata sul New England Journal of Medicine

Il risultato più recente e più significativo ottenuto dalla ricerca guidata da Landoni è un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2024. Descrive un nuovo protocollo clinico, basato sull’infusione endovenosa di una miscela di amminoacidi, in grado di prevenire il danno renale acuto.

«Per la prima volta nella storia della medicina abbiamo trovato un metodo per proteggere i reni: una breve infusione endovenosa di una miscela di aminoacidi è in grado di ridurre la sofferenza renale nella circolazione extracorporea durante i grandi interventi cardiochirurgici.» Questo risultato ha contribuito a ridefinire le linee guida internazionali ed è stato ottenuto grazie al lavoro di strutturati, specializzandi e di uno studente di medicina che al tempo svolgeva la sua tesi di laurea e che oggi è specializzando nella Scuola diretta dal professore.

Le domande aperte per i futuri ricercatori in anestesia e rianimazione

Cosa rimane ancora da scoprire in anestesia e rianimazione? Secondo Landoni, tra le numerose questioni ancora irrisolte, due sono le più affascinanti. La prima riguarda l'anestesia stessa: «Oggi non sappiamo quale sia il miglior anestetico per i nostri pazienti – e stiamo parlando di più di 300 milioni di persone l'anno che subiscono interventi chirurgici maggiori» spiega.

La seconda questione riguarda il cosiddetto paradosso della riperfusione: gli organi soffrono durante l'ischemia, cioè la riduzione o l’interruzione del flusso sanguigno ma -in modo controintuitivo- soffrono ancora di più nel momento in cui vengono nuovamente raggiunti da un flusso circolatorio funzionante. Come proteggere il cervello, il cuore e gli altri organi dopo un arresto cardiaco, una circolazione extracorporea o un trapianto resta una domanda aperta. Non è sufficiente garantire sangue ossigenato: il "come" e il "quando" della riperfusione fanno tutta la differenza. «Spero che la prossima generazione di anestesisti riesca a darci una risposta», conclude Landoni. 

Scritto da

Team Comunicazione UniSR
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